Make China Great Again: la Cina alla prova dei dazi di Trump

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Un cappellino blu come quello utilizzato dagli operai cinesi ai tempi di Mao Zedong, con una stella rossa al centro e uno slogan: “Make China Great Again”, mutuato dal “Make America Great Again” di Donald Trump. L’ultima copertina dell’Economist si concentra su “Come l’America potrebbe finire per rendere di nuovo grande la Cina”, e cioè su come i dazi imposti dalla Casa Bianca su mezzo mondo (ne abbiamo parlato qui) possano, in qualche modo, rappresentare un inaspettato assist per Pechino.

Mentre le Borse asiatiche e la grande finanza colano a picco, infatti, lo stesso panico non si riscontra nell’economia reale dei principali Paesi dell’Asia. Da queste parti nessun leader è volato supplicante a Washington per chiedere clemenza. La maggior parte dei Governi, al contrario, ha letteralmente ignorato la lavagnetta con l’elenco delle nazioni e delle rispettive tariffe.

La Cina, che ha già attivato contro dazi, è pronta a usare le sue immense riserve di risparmi per stimolare i consumi locali. Giappone e Corea del Sud si sono avvicinati e, insieme, hanno teso la mano a Pechino. Altre nazioni dell’Asean, come la Malesia, hanno spiegato di voler diversificare i loro scambi commerciali lontano dagli Stati Uniti, mentre altre ancora, come il Vietnam, sono disposte a dialogare per alleggerire la pressione ma senza fare follie. Insomma, la crescita della regione subirà un colpo ma non si fermerà affatto. Anzi…

I dazi visti dalla Cina

Doppia premessa: aggiungendo la nuova imposta del 34% ai dazi esistenti, il totale delle tariffe contro la Cina è salito intorno al 65%. Senza ombra di dubbio questo carico appesantirà un’economia che ancora dipende per un buon 20% del pil dalle esportazioni. E ancora: la strategia di Pechino di reindirizzare le catene di produzione delle proprie aziende puntando su Paesi limitrofi per aggirare i dazi subirà un contraccolpo, visto che Trump ha eretto una barriera quasi globale.

Game over per il Dragone, dunque? Calma. Negli ultimi cinque anni Xi Jinping si è preparato alla tempesta perfetta, esortando in tutti i modi la Cina a ottenere l’autosufficienza economica e tecnologica, così da ridurre la vulnerabilità a sanzioni e limitazioni all’export degli Usa. Certo, le banche di Pechino hanno ancora bisogno di accedere ai dollari, ma intanto effettuano la maggior parte dei pagamenti internazionali non bancari in yuan.

“Visti dalla Cina i dazi di Trump condanneranno Detroit all’obsolescenza in stile anni Settanta proprio come la sua crociata contro le Università farà regredire l’innovazione (negli Usa)”, ha scritto l’Economist sintetizzando come la Cina vede il progetto di Trump.

La contromossa di Pechino

Ipotizzando che la Cina si impegnerà in un programma di stimolo fiscale per aumentare i suoi consumi interni, è lecito supporre che gli altri Paesi asiatici “traditi” dagli Stati Uniti saranno ben felici di concludere nuovi accordi con Pechino per sostituire le vendite bruciate dai dazi americani.

In un commento apparso sul People’s Daily si legge che il Dragone si è preparato a una guerra commerciale con gli Stati Uniti e che la Cina potrebbe potenzialmente uscirne rafforzata. “L’abuso di tariffe da parte degli Stati Uniti avrà un impatto sulla Cina, ma il cielo non cadrà. La Cina è una supereconomia. Siamo forti e resilienti di fronte al bullismo tariffario degli Stati Uniti”, recita l’articolo.

Dal punto di vista dell’immagine geopolitica trasmessa all’esterno, il Governo cinese accusa gli Stati Uniti di cercare di sovvertire l’attuale ordine economico mettendo gli interessi statunitensi al di sopra del bene comune della comunità internazionale. In sostanza: la Cina è un Paese responsabile, gli Usa no.

Nel frattempo, il New York Times ha spiegato che Pechino ha cercato, per mesi, di impegnarsi in colloqui di alto livello con l’amministrazione Trump in vista di un potenziale summit tra il tycoon e Xi. La Cina avrebbe però fatto fatica a ricevere una risposta significativa dalla Casa Bianca, nonostante le dichiarazioni distensive di Trump. Emblematico un altro commento del People’s Daily, stella polare mediatica del Partito Comunista Cinese: la Cina “non ha chiuso la porta ai negoziati” ma si è preparata al peggio.