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Mark Rutte ci sa fare, questo è indubbio. Sul filo dell’ipocrisia tra la capacità della sua Olanda di capitalizzare la posizione in Europa tra vantaggi fiscali e commercio e il sostegno incondizionato al rigore sui conti e all’austerità il premier olandese in dieci anni è riuscito a conquistarsi una posizione di forza nell’Unione.

L’ultimo Eurogruppo ne è stata la prova. Wopke Hoekstra, ministro delle Finanze del premier olandese, ha strappato lo stop formale agli Eurobond ed è riuscito a strappare l’inserimento del Meccanismo europeo di stabilità nel memorandum finale, ribaltando la posizione dei governi mediterranei che ne chiedevano la rimozione. Il fronte dei falchi è andato vicino al tracollo, ma alla fine l’Olanda l’ha spuntata. E un altro tema spinoso per L’Aja, il Recovery Fund, il piano di rilancio dell’Eurozona sponsorizzato dalla Francia di Emmanuel Macron è finito tra le ipotesi in negoziazione. In vista del Consiglio Europeo Rutte mira a trincerarsi per frenare anche l’eventualità che tale fondo possa essere sviluppato, intaccando le disponibilità di bilancio del suo Paese.

Come riporta l’Agi citando fonti europee, in vista del Consiglio “l’Olanda intende mantenere la linea dura anche all’Ecofin sulla possibilità di creare un Fondo per la ripresa con emissioni di debito comune, anche se è disponibile a usare il bilancio Ue per emettere dei bond in modo temporaneo e limitato”. Bruno Le Maire, ministro dell’Economia francese, ha punzecchiato Rutte in un’intervista a La Stampa rilanciando su un’interpretazione elastica dell’utilizzo del Mes e spingendo per la costruzione del Recovery Fund.

L’Olanda si intende trincerare sulle sue posizioni, conscia di poter fungere da centro di attrazione gravitazionale per i falchi della “Nuova Lega Anseatica”. Di cui prova a rilanciare uno dei principi chiave: l’unione per il rifiuto di nuovi strumenti in area comunitaria, anche di fronte a scenari di crisi, e la spinta al rafforzamento delle misure già esistenti.

Con notevole fiuto tattico, Rutte e l’Olanda, secondo la fonte dell’Agi, sarebbero ora pronti a usare come leva negoziale lo sblocco delle trattative sul bilancio pluriennale europeo che proprio L’Aja, assieme agli altri falchi del rigore guidati da Austria e Svezia, ha contribuito a frenare nell’inverno scorso in nome di una dotazione minima. “Per il governo dell’Aia la ripresa economica dovrebbe essere finanziata attraverso il normale bilancio Ue”, sebbene il dilemma sulla questione sia il volume di risorse di cui dotare l’Unione. Gli unici strumenti “alternativi” presi in considerezione sarebbero quelli usati con il piano Juncker e il fondo per il Green Deal, “attraverso la leva sui mercati e la mobilitazione di investimenti pubblici e privati”.

La partita è sempre più delicata, e i governanti olandesi dimostrano di saper usare con sagacia le armi che la centralità in Europa dà loro a disposizione. Un’Europa modellata sul mercantilismo, la competizione interna e la mancanza di solidarietà in cui L’Aja, al contrario dell’Italia, ha saputo con furbizia sguazzare. Portando avanti una retorica fieramente europeista mentre nel frattempo contribuiva a indebolire strutturalmente l’Unione con la propaganda del rigore e dell’austerità. Rutte, cinicamente, da un decennio gioca su questa ambiguità, ponendosi alla testa dei Paesi più ostili a qualsiasi forma di solidarietà. Un asse mercantilista e, in larga misura, di cultura portestante che ha il suo centro nell’Olanda. Ebbene, quale leader politico del passato, come del presente, non potrebbe essere criticato – o al contrario elogiato in un’ottica machiavellica – per avere adottato un analogo modus operandiIl problema è che, questa volta, di mezzo ci va la sopravvivenza dell’Unione e la tenuta dell’economia europea. Il calcolo spericolato dei falchi, che puntano a separare i loro destini economici da quelli del Sud Europa, si è dimostrato fallace per la Germania. Inevitabilmente sarà così anche per l’Olanda: riusciranno a capirlo a L’Aja, prima o poi?