A Fabriano è finita un’epoca. Nella giornata dell’11 dicembre la macchina continua F3 delle ex Cartiere Miliani ha sfornato l’ultima bobina di carta per stampa prima dello stop definitivo alla produzione decretato dai titolari, ovvero il gruppo Fedrigoni di proprietà del fondo americano Bain Capital e del private equity britannico Bc Partners.
La cittadina marchigiana, storica capitale della carta italiana, vede il tramonto di una lunga storia industriale che racconta di distretti italiani pronti a passare, di fronte alle buriane del mercato globale, rapidamente dal trionfo al declino, di imprese dalla grande capacità produttiva e dallo scarso potere finanziario inserite nel portafoglio di grandi fondi che guardano, in fin dei conti, a pochi dati: Ebitda e utile netto.
Fabriano è la storia della carta italiana
In questo contesto poco importa, dunque, che a Fabriano si produca carta dal 1264, che le ex Cartiere Miliani fossero attive dal 1782, che ci fosse un legame profondo con la città a cui, negli ultimi decenni, la stessa carta era iconicamente associata. Ma tutto questo parla anche di cambiamenti dolorosi, e forse necessari, che l’Italia deve iniziare a promuovere per alzare il livello di competitività dei suoi settori.
Fabriano non è di proprietà di un fondo speculativo o di qualche azionista rapace: Bc Partners è un gruppo attivo nell’investimento paziente di lungo periodo, Bain Capital, invece, è il fondo che vanta tra i suoi fondatori figure di punta come il futuro candidato alla presidenza Usa Mitt Romney ed è noto in Italia per aver garantito i capitali all’esplosione sportiva ed economica dell‘Atalanta. A sua volta, Fedrigoni, gruppo con oltre 1,8 miliardi di fatturato nel 2023, è un campione italiano della carta che fino al 2017 è stato noto per aver gestito la stampa di parte delle banconote degli euro su mandato della Banca Centrale Europea.
Una riorganizzazione necessaria
Nella strategia degli investitori, Fabriano è parso il sito più sacrificabile nel breve periodo per procedere al riassetto del gruppo. Non si tratta di un’uscita brutale, con licenziamenti e fuga dei titolari dell’azienda, ma di una storia di riorganizzazione dolorosa ma che è parsa necessaria. 174 dipendenti, inclusi quelli di un sito a Vetralla, saranno posti in cassa integrazione per un anno e, nota Il Fatto Quotidiano, in seguito “l’azienda proporrà diverse opportunità di ricollocamento: 31 posti nei Servizi presso lo stabilimento di Fabriano, 48 nel settore sicurezza sempre a Fabriano, 10 nel business Fabriano Colore e affini presso lo stabilimento di Rocchetta, e 16 posizioni vacanti in altri stabilimenti marchigiani”, a cui se ne aggiungeranno 55 nel Centro-Nord.
Il futuro si chiama etichettatura digitale, ricerca di mercati di fascia alta, dalle carte per vini a quelle speciali e premium, e come riporta Draft.it tra queste spiccano “carte speciali per applicazioni industriali, come etichette anticontraffazione e confezioni di lusso. In questa direzione, a maggio l’azienda ha acquisito la maggioranza del gruppo tedesco Poli-Tape, specializzato in applicazioni grafiche per il tessile, portando a 16 le acquisizioni negli ultimi quattro anni”.
Parallelamente, “Fedrigoni sta valutando la dismissione delle attività dove il prezzo prevale sulla qualità”, e le storiche cartiere Fabriano rientravano in quest’ottica. Si pone un grande problema, ai giorni nostri, sulla necessità di far coesistere tutela ed espansione dei protagonisti del capitalismo dei distretti e delle “multinazionali tascabili” con il legame storico delle aziende con i territori e soprattutto le varie periferie del Paese.
Un futuro incerto e le scelte di Fedrigoni
Si capisce bene quanto questa partita sia difficilmente leggibile in ottica manichea. L’azienda titolare di Fabriano e i suoi fondi titolari possono sicuramente esser criticati per aver scelto una dismissione e iniziato a pensare alla cessione dell’impianto simbolo della carta italiana, ponendo fine a una lunga storia industriale cittadina. Ma possono al tempo stesso esser giustificati per la loro scelta dal fatto di aver voluto mantenere i livelli occupazionali, gli investimenti e le prospettive di crescita del gruppo in un contesto in cui l’alto costo dell’energia e la concorrenza su larga scala dei rivali globali hanno messo in difficoltà, dal Covid-19 in avanti, il mondo della carta italiana.
Finita questa fase critica, non è detto che l’ultima bobina di Fabriano sia il tramonto della carta nella città, così come non lo sarà per le Marche o tantomeno per l’Italia. Il commento migliore l’ha fatto il direttore di una testata locale, Marsica Web, Germanico Patrelli, che ha invitato il sistema-Italia a “trovare il giusto equilibrio tra tradizione e modernità” perché “Ogni chiusura è un monito, un invito a riflettere su come possiamo proteggere e valorizzare le nostre eccellenze senza relegarle al passato. La speranza è che il nome di Fabriano e il suo straordinario retaggio continuino a vivere, ispirando le nuove generazioni a coltivare creatività e innovazione”, ha sottolineato Patrelli. Ricordando che non necessariamente la storia di una città finisce con il tramonto del suo settore simbolo. E che con la dovuta volontà non esistono “per sempre”, nel mondo dinamico del capitalismo distrettuale italiano.

