Nel discorso con cui ha annunciato l’addio di Londra all’Unione Europea Boris Johnson ha usato toni one nation invitando all’unità e alla coesione nazionale, ma ha anche dettato le linee guida politiche per quella che si aspetta essere la Gran Bretagna del futuro.

Alle dichiarazioni di intenti favorevoli al rilancio di infrastrutture, sanità e coesione interna, infatti, Johnson ha aggiunto un invito a costruire un Regno Unito “veramente globale nella sua portata e nelle sue ambizioni“. Se con la prima parte del suo discorso Johnson ammicca agli “sconfitti della globalizzazione”, con la seconda il riferimento è chiaro: la portata globale di Londra, oramai, è legata principalmente alla sua capacità di essere piattaforma finanziaria globale di primaria grandezza.

Con l’industria smantellata e un’economia concentrata nella capitale per il Regno Unito la finanza rappresenta la maggiore garanzia possibile di sopravvivenza. La City non crollerà dopo la Brexit, dato che il suo potenziale in termini di attrattività, coesione sociale e opportunità presenti è tale da scoraggiare i grandi operatori dalla ricerca di un’alternativa.

Londra mirerà in prima battuta, fa notare Pierluigi Fagan, a realizzare “accordi commerciali, ma dal punto di vista britannico soprattutto banco-finanziari, con Giappone, Corea del Sud, India, Cina, Canada ed Australia nonché tutta la pletora di ex Commonwealth”. Potenziando l’attività offshore, Londra punterà a drenare capitali erratici sul suo territorio, carburando così un sistema economico fondato sull’interconnessione ai mercati finanziari.

Il voto degli sconfitti della globalizzazione premierà dunque la finanza londinese? Johnson è conscio di questo rischio e ha avviato il suo governo con il rilancio del salario minimo e la nazionalizzazione della ferrovia Northern Rail, due mosse che consolidano la presa dei Conservatori sul nuovo bacino elettorale dell’ex “Muro Rosso” inglese. Ma per il Regno Unito costruire un sistema economico ex novo in settori, come l’industria, via via smantellati dai precedenti governi sarà un’impresa ardua.

L’opzione “Singapore sul Tamigi”, in questo contesto, è uno scenario da non escludere. L’idea che il Regno Unito proceda con una politica di sconti fiscali, costruzione di zone economiche speciali, deregolamentazione bancaria e stimolo monetario all’afflusso di capitali è uno scenario ritenuto abbastanza plausibile dagli analisti. E che potrebbe danneggiare la possibilità di firmare un accordo commerciale con l’Unione europea. Come scrive l’agenzia Italpress, “un paradiso fiscale al di là della Manica è una prospettiva che terrorizza governi, istituzioni e forze di polizia di tutto Europa. E forse anche gli Stati Uniti. Invece il richiamo delle Isole Britanniche che diventano molto simili alle Isole Cayman è una suggestione degli ambienti politici e accademici più conservatori della Gran Bretagna”.

E rappresenta, in un certo senso, il principale fattore di sviluppo della campagna della Brexit. Non a caso animata in prima battuta da ex imprenditori prestati alla politica come Nigel Farage. In cui personalità come Johnson si sono inserite in seconda battuta, nel decisivo primo scorcio di 2016 in cui una fetta consistente del Partito Conservatore ha sposato l’opzione per l’uscita dall’Ue. La Brexit, dunque, intesa non come una chiusura autarchica ma come la premessa di una più ampia apertura al mondo e, soprattutto, alla finanza. L’intersezione tra lo slogan “Take back control!” e il piano “Global Britain” del governo di Londra si trova nella City. A Boris Johnson il compito di governare la transizione alla Global Britain mantenendo il controllo sugli interessi strategici del Paese. E governando la combinazione tra la spinta che la realtà dei fatti impone al suo governo e l’intento di promuovere una crescita economica inclusiva per le aree più depresse del Regno.

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