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Global Gateway, il progetto infrastrutturale europeo che mira a offrire una risposta comunitaria alla “Nuova via della seta” cinese, potrebbe veder presto la luce. Lo riporta uno dei principali quotidiani tedeschi, Handelsblatt, il quale ha avuto modo di visionare il piano di sviluppo infrastrutturale che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen mira a presentare nel suo prossimo viaggio a Washington.

Con 40 miliardi di finanziamenti il piano fornirà un primo sottostante concreto alla strategia che la von der Leyen aveva espresso nel suo discorso sullo Stato dell’Unione di settembre. L’ex ministro della Difesa di Angela Merkel aveva allora dichiarato “Siamo bravi a finanziare le strade. Ma non ha senso per l’Europa costruire una strada perfetta tra una miniera di rame di proprietà cinese e un porto di proprietà cinese”. La “strada globale” dell’Unione Europea mira a conseguire diversi obiettivi.

Gli obiettivi dell’agenda Ue

In primo luogo, a fare sistema della capacità tecnica europea per consentire ai Paesi dell’Unione di far fronte alla cronica carenza di risorse su scala globale per colmare il gap infrastrutturale necessario a far ripartire i meccanismi della globalizzazione. Con la Belt and Road Initiative i cinesi hanno in parte colmato questo gap con offerte mirate e hanno creato una sfera di influenza e rotte commerciali che arrivano fino in Europa, e la strategia cinese conta già opere per un valore di oltre 2.500 miliardi di dollari in tutto il mondo.

In secondo luogo, si fa strada su iniziativa soprattutto della Germania la volontà di un’autonomia strategica del Vecchio Continente e della ricerca di una nuova, bilanciata relazione con la Cina. Il Global Gateway è visto dal Bdi, la Confindustria tedesca, come un “passo importante per tenere il passo nella corsa internazionale per l’influenza geopolitica”. Del resto, da tempo anche in Germania la Cina sta espandendo la sua influenza attraverso la cooperazione economica e a settembre, la società statale cinese Cosco ad Amburgo ha acquistato un terminal container per 100 milioni di euro, a un anno di distanza dallo schiaffo tedesco ai cinesi sul porto di Trieste. L’apertura iniziale agli investimenti cinesi ha ora ceduto il passo a profonde preoccupazioni. La Cina produce beni e servizi ad alto valore aggiunto, è un importante concorrente in campo industriale e tecnologico e anche il governo di Angela Merkel, dei cui impulsi politici la von der Leyen tiene apertamente conto, è stato disposto a cambiare postura verso Pechino pur senza sposare completamente il contenimento duro e puro richiesto dagli Stati Uniti.

In terzo luogo, l’idea europea di promuovere con il Global Gateway una serie investimenti in infrastrutture di qualità, che colleghino beni, persone e servizi in tutto il mondo attraverso, per dirla con le parole della von der Leyen,  “progetti visibili e ad alto impatto” segnala un abbozzo di volontà europea di curare con attenzione gli spazi strategici alla periferia dell’Unione e l’estero vicino. Balcani, Medio Oriente, Maghreb, Sahel sono la profondità strategica dell’Unione, campi d’azione per la penetrazione cinese e scenari che gli investimenti del Global Gateway non potranno ignorare.

Le differenze con la Bri cinese

Infine, l’Unione Europea vuole esportare oltre i propri confini il proprio sistema di valori in campo economico. I contratti del Global Gateway, secondo quanto riportato dalle indiscrezioni dell’Handelsblatt, avranno un’enfasi profonda sulla trasparenza nella gestione dell’attivazione dei progetti e non daranno alcuna corsia preferenziale paragonabile a quelle godute nei progetti Bri dalle imprese a partecipazione pubblica e dalle banche cinesi. Inoltre, si punterà a una maggiore sostenibilità ambientale e sociale dei progetti e delle infrastrutture evitando quelli che secondo i critici della “Nuova via della seta” sono i principali limiti del modello cinese: trappola del debitoprogetti faraonici di difficile implementazione, scarsa considerazione per i livelli produttivi e occupazionali dei Paesi partner, nessun trasferimento tecnologico a chi apre agli investimenti di Pechino, profondi danni ambientali.

Il quotidiano tedesco, a suo avviso, ritiene che però la proposta che la von der Leyen presenterà rischia di essere troppo riduttiva, anche se “oltre alle garanzie europee di 40 miliardi di euro, ci sono ancora diversi miliardi di euro di sovvenzioni dal bilancio. L’UE sottolinea inoltre che nei prossimi anni saranno disponibili ulteriori fondi di investimento provenienti da un programma di aiuto allo sviluppo”. Ma mancherebbero nei documenti consultati “informazioni precise su come gli aiuti pubblici possano essere integrati dal capitale privato”, il vero volano per lo sviluppo targato col modello europeo. In quest’ottica, bisognerà aspettare le proposte della von der Leyen una volta ufficializzate per capire le dimensioni della sfida in cui l’Unione si imbarcherà. In una fase contraddistinta da un’ampia gamma di partite per l’autonomia strategica europea, dai microchip alla Difesa comune passando per l’ambiente, anche la sfida infrastrutturale può giocare la sua parte. Ma solo se le risorse saranno all’altezza per permettere alle nazioni europee di farsi protagoniste in una sfida globale in cui la Cina è oggigiorno in testa.