La Corte di Giustizia Europea sta procedendo, negli ultimi anni, a un condizionamento crescente dell’iniziativa politica del Vecchio Continente con le sue sentenze. Dopo il recente verdetto sul caso Tercas, che ha ribaltato anni di linea politica della Commissione sulle banche italiane, recentemente ne abbiamo avuto un nuovo esempio. Su un terreno scivoloso e cruciale per l’evoluzione degli equilibri interni al Vecchio Continente: l’applicazione del controverso Ceta, il controverso accordo di libero scambio siglato nel 2016 da Canada e Unione Europea.

Dalla corte via libera agli arbitrati del Ceta

Il Ceta è entrato in vigore in forma provvisoria nel settembre 2017. Per una sua entrata in vigore definitiva serve la ratifica di un totale di 38 tra Parlamenti nazionali e entità regionali di tutta Europa. Una recente sentenza della Corte, tuttavia, ha ampliato d’arbitrio il campo d’applicazione al controverso tema delle clausole Investor-state dispute settlement (Isds), gli arbitrati internazionali concepiti per risolvere le contese tra governi e corporation, rispondendo a una richiesta di parere motivato presentata nel 2017 dal governo belga sul tema della coerenza tra queste clausole e i trattati europei.

La Corte di Giustizia ha deliberato a favore di questa eventualità, stabilendo che le clausole di tipo Isdscontenute nel Ceta non violando alcun trattato comunitario. Per la precisione, il sistema individuato da Commissione e governo canadese è definito Ics(Investment Court System) e, come sottolinea Vita.it, “è stato inserito nel Ceta con l’intenzione di offrire alle imprese di ciascuna parte contraente una protezione contro leggi che ne possano intaccare la libera iniziativa”.

Come funzionano gli arbitrati

“Quando una società ritiene che le proprie aspettative di profitto siano state deluse dalla legislazione del paese ospitante (in questo caso Canada o Ue, può chiedere risarcimento tramite l’arbitrato internazionale (Isds/Ics), un sistema giudiziario parallelo alle corti ordinarie. L’Ics, ad esempio, sarà composto da un pool di avvocati commerciali, pagati a chiamata, che possono approvare richieste di indennizzo virtualmente illimitate da parte delle imprese, condannando gli stati a risarcirle o a ritirare le norme contestate”.

La sentenza, in questo modo, legittima un sistema di risoluzione delle controversie molto opaco e dalla dubbia imparzialità, “che consente alle multinazionali di fare causa agli Stati per scoraggiare l’approvazione di leggi che minacciano i loro profitti. Qualunque norma – anche se varata per proteggere l’interesse pubblico o l’ambiente – sarà impugnabile in opachi tribunali, che prestano il fianco a gravi conflitti di interessi”.

Un sistema a tutto favore delle multinazionali

Le clausole di tipo simile a quelle Isds/Ics sono oramai un punto ricorrente nei trattati di libero scambio, la cui età dell’oro si riteneva essere conclusa dopo il tramonto delle grandi iniziative strategico-commerciali dell’amministrazione Obama (Ttip/Tpp) ma che continuano a essere negoziati con modalità simili a quelle, opache, che hanno portato alla conclusione del Ceta. E nessun discorso sul tema della crescita di alcuni settori, come l’export agroalimentare europeo e italiano in Canada, può giustificare l’applicazione di clausole che ledono fortemente il controllo sovrano di parlamenti, governi e popoli sull’applicazione di trattati di libero scambio che, in molti casi, non concorrono al loro benessere materiale. Barattare l’aumento dell’export di Parmigiano o arance sui mercati di Toronto e Montreal con la perdita del controllo politico sulle iniziative più rischiose delle multinazionali significa aderire a un patto ineguale.

Specie considerato il fatto che gli arbitrati internazionali, molto spesso, obbligano gli Stati al pagamento di pesanti oneri alle multinazionali sotto forma di multe o risarcimenti e, al tempo stesso, alimentano un costoso mercato di consulenze e sostegno legale i cui proventi vanno ad arricchire una ristretta cerchia di operatori finanziari e legali.

I rappresentanti italiani della campagna Stop Ttip/Ceta e la loro portavoce Monica Di Sisto hanno recentemente presentato un rapporto in cui si sottolinea come “negli ultimi trent’anni gli Stati hanno dovuto pagare oltre 84 miliardi di dollari alle multinazionali che li hanno portati in tribunale”, scrive Valori. “Il 60% delle volte, affermano gli attivisti citando le ultime statistiche, le battaglie legali si concludono con la vittoria delle multinazionali” sui governi e i popoli che essi rappresentano.

L’Italia non affossa il Ceta

L’attenzione mediatica e il dibattito sul tema dei trattati di libero scambio, molto spesso poco conosciuti agli stessi membri delle istituzioni che li negoziano per opera di un manipolo ristretto di funzionari, sono stati insufficienti. Nell’era globalizzata una scelta politica sul grado più consono di apertura al commercio globale e sul bilanciamento tra interessi economici, crescita e necessità del primato della politica nel campo della tutela della salute, dell’occupazione e dell’ambiente implica un’informazione consapevole. I grandi trattati di libero scambio, negoziatia distanza dalle istituzioni democratiche, le depotenziano: e affermazioni come quelle del Commissario Pierre Moscovici, che il 17 gennaio 2018 ha annunciato che il Ceta resterà in vigore in forma provvisoria anche in caso di mancata ratifica completa, non ne presentano certo il volto benevolo.

Poco dopo la nascita del governo Conte, il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio aveva annunciato che il nostro Paese non avrebbe ratificato il Ceta e, anzi, il governo lo avrebbe affondato per via parlamentare. Una mossa del genere da parte di un Paese come l’Italiarenderebbe molto più difficile l’applicazione della strategia promossa da Moscovici. Ma a quasi un anno di distanza nessuna iniziativa in tal senso è stata presa. E nel frattempo la Corte di Giustizia ha esteso il Ceta alla sua componente più discutibile e potenzialmente peggiore per i cittadini dell’Unione Europea.