L’incontro tra Donald Trump e Xi Jinping a margine del summit Apec in Corea del Sud sarà l’occasione per testare lo stato dell’arte della rivalità Usa-Cina e delle prospettive di ricerca di una forma di confronto tra le due superpotenze orientata non solo alla competizione ma anche alla reciproca accettazione, auspicata da autorevoli think tank come la Rand Corporation.
Le dinamiche competitive, però, restano molte e hanno a che vedere con le sfide strategiche per il governo dei meccanismi dell’economia e del sistema-mondo. Dall’intelligenza artificiale ai chip, dagli investimenti strategici alla sicurezza nazionale, la Cina e gli Usa con la loro concorrenza hanno scavato nuove linee di faglia nel diritto, nei rapporti di forza, nei meccanismi di mercato. Linee molto spesso invisibili. E proprio Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati è il titolo di un saggio di recente uscita che esplora queste dinamiche, edito da Egea e scritto da Luca Picotti, avvocato e saggista, che ha conseguito un Dottorato di ricerca presso l’Università di Udine ed è membro dell’Osservatorio Golden Power. Lo abbiamo raggiunto per discutere gli scenari del prossimo meeting.
Trump e Xi si incontrano nel pieno del confronto strategico Usa-Cina. In che misura ritieni che il fenomeno del decoupling economico in atto tra gli Stati Uniti e la Cina rappresenti un punto di svolta rispetto all’epoca della globalizzazione “senza frizioni”?
“Ci sono due elementi da considerare a mio parere. Da un lato, la tendenza strutturale, che vede le geografie economiche mutare, sempre in una logica di interdipendenza, ma più controllata; in questo senso, vediamo l’apertura di mercati alternativi, la ridefinizione di alcune catene, la conclusione di nuovi accordi. Si pensi, dalla prospettiva statunitense, all’America latina o l’Australia. Dall’altro lato, questi mesi ci hanno fatto capire quanto Janet Yellen aveva già detto nell’estate 2023, ossia che un decoupling netto tra economie occidentali e cinese è uno strappo insostenibile. Per questo assistiamo ai negoziati, che non eliminano la tendenza strutturale, ma ridimensionano misure irrealistiche, accompagnano le fratture rispettando al contempo la complessità delle catene del valore. Questo ci ritorna la fotografia di una fase di transizione costellata da misure e contro-misure, con i loro costi e i danni verso certe filiere, corrette a loro volta da accordi su singoli profili. Come scrivo nel mio nuovo libro, i tempi della volontà politica non coincidono del tutto con quelli della realtà del mercato. Più piani e velocità”.
Quali sono, secondo te, le “linee invisibili” che più vengono tagliate — e quali quelle che stanno emergendo come nuove vie di connessione?
“Siamo in una fase storica in cui ogni movimento del mondo deve essere calato tra le linee invisibili delle geografie giuridiche riferibili ai singoli Stati. Ne riemerge, valorizzato come non mai, il concetto di nazionalità. Nazionalità delle imprese e società, merci e persone, tecnologie e know-how. I punti di frattura sono evidenti. Vediamo le multinazionali operare in un contesto in cui la casa madre, pensiamo a UniCredit, e la controllata, pensiamo a UniCredit Russia, sono trapassate dalle linee invisibili: da qui, ad esempio, la subordinazione della ramificazione in Russia al potere sovrano del Cremlino, che può tenerla in ostaggio in fasi critiche come quella attuale. Oppure, vediamo la merce originaria dalla Cina transitare in Paesi limitrofi dell’ASEAN per essere ivi lavorata fittiziamente, magari con un mero confezionamento, e poi spedita negli Stati Uniti con dazi minori. Per questo Washington ha sin da subito aggredito Paesi come il Vietnam con tariffe alte: proprio per fare fronte a questi fenomeni di transhipment”.
Un contesto di enorme complessità…
“Ogni misura va letta nella sua scomposizione tra le linee invisibili: una tecnologia americana presente in un bene taiwanese può comportare la soggezione agli export control americani, così come un elemento cinese di terre rare in un prodotto europeo può comportare la necessità di richiedere la licenza al ministro del Commercio cinese. In questo articolato e complesso mosaico, ovviamente proliferano, al contempo, aree grigie, costruzioni artificiali in giurisdizioni terze, scatole formali o escamotage che permettono il continuare di alcuni flussi, almeno sino a che le relative autorità non riescono a individuarli”.
Tra Cina e Usa si è spesso generato uno scontro su dossier strategici: dai chip all’Ia. Le tensioni globali hanno fatto sì che il paradigma della sicurezza (nazionale, tecnologica, infrastrutturale) abbia oggi la priorità rispetto al paradigma economico-tradizionale. In che modo questo cambiamento trasforma le strategie d’impresa e modifica il ruolo dello Stato nell’economia globale?
“Trattasi, ahimé, di un costo aggiuntivo. Ad esempio, la fornitura di gas russo era un gioco win-win tra Europa e Russia da un punto di vista economico: gas a basso costo da un lato, capitali, tecnologie e mercato di sbocco vicino dall’altro. Le ragioni geopolitiche hanno però condotto ad un decoupling di fatto, con diversificazione mirata. Avere più fornitori e nessuno, auspicabilmente, sopra il 15% è strategicamente ragionevole. Ovviamente, può avere maggiori costi. Come così vi sono costi nel reshoring, ammesso e non concesso si riesca a fare – nel libro cerco di ridimensionare alcune ambizioni in questo senso. Ancora, la scelta di fornitori non cinesi in ambito 5G a partire dal 2019 ha costretto gli operatori di telecomunicazioni europei a optare per forniture più onerose. Trattasi di scelte che non sono più guidate da mere logiche economiche e di efficienza. Peraltro, molto spesso, non si tratta nemmeno di scelte, bensì di cornici giuridiche disegnate dagli Stati che vietano o rendono svantaggiosi certi rapporti”.
Nel tuo lavoro spesso analizzi forme di intervento statale che vanno ben oltre il “mercato” e “gli investimenti” — pensi, ad esempio, a restrizioni all’export, misure sulle infrastrutture, sanzioni secondarie. Come definiresti il nuovo modello di Stato che va prendendo forma?
“Vediamo sempre più interventi da parte degli Stati, appunto. Prescrizioni comportamentali, divieti, obblighi: non acquistare da, fai pagare un tot a, non avere rapporti con. Un approccio invasivo dello Stato rispetto alle imprese localizzate nella propria geografia giuridica, con pretese talvolta extra-territoriali. Ci possono essere più sfumature: da quella iper-regolatoria europea, che è un caso a sé, a quella sovrana del capitalismo di Trump, sino a quella assoluta del Partito comunista. Lo Stato è sempre più presente. E – questo è un tema che la lente della geografia giuridica cerca di mettere in luce – gioca le varie partite, dalla guerra economica tra Paesi G7 e Russia alla sfida tra Stati Uniti e Cina, tramite le proprie imprese, sottoposte alla propria giurisdizione, che diventano così le leve (o gli ostaggi, pensiamo agli asset occidentali in Russia e viceversa).
Si consolida la contesa tra gli Stati, aumentano gli oneri per le imprese?
“Le sfide tra Stati in corso non sono altro che un intreccio di prescrizioni comportamentali che questi pongono alle proprie imprese, specie quelle strategiche leader in determinate filiere, al fine di colpire i rivali. Nella cornice di una complessità delle catene e dei mercati che ridimensiona, però, in parte, tale interventismo comportamentale degli Stati”.
Il recente caso Nexperia (qui ricostruito, nda) è una cartina tornasole delle “linee invisibili” che tu tracci. Quali elementi giudichi particolarmente utili per capire come il confine tra economia e sicurezza venga ridefinito? E quali insegnamenti ritieni che imprese e governi dovrebbero trarne?
Si, direi che è un esempio che sintetizza appieno la prospettiva del libro. Anzitutto, abbiamo una fotografia emblematica dei trade-off di misure e contro-misure nelle guerre economiche in corso, delle profonde interdipendenze nei settori, di come la scelta di non perdere un potenziale mercato (americano) rischi di comprometterne un altro (cinese) con ripercussioni su altri ancora (automotive europeo). Dopodiché, vediamo i giochi delle geografie giuridiche. Gli Stati Uniti, rivolgendosi alle “proprie” imprese, vanno a richiedere una licenza all’esportazione non solo verso le realtà cinesi listate, ma anche a quelle controllate al 50+1. L’Olanda usa i poteri speciali verso la “propria” impresa, congelandone l’amministrazione. La casa madre cinese, localizzata nella geografia giuridica cinese, taglia – grazie alle normative di export control di Pechino verso le “proprie” imprese – la controllata olandese Nexperia dalle proprie filiere. Territorio, giurisdizione, nazionalità delle società”.
Che insegnamento trarre da questo caso?
“Tratteggiare le implicazioni di certe misure mappando la filiera e le leve che possono utilizzare le controparti, sì da valutare se i costi sono maggiori dei benefici. Qualora i costi siano maggiori – e nel caso di specie mi sembra così – è bene evitare strappi ma giocare sui negoziati, atteso che esistono licenze, esenzioni e autorizzazioni ad hoc, in modo da prendere tempo e avviare percorsi meno drastici di recisione di certi legami”.
Lo scenario olandese è emblematico del dilemma europeo in questa fase critica. Quale ruolo pensi possano giocare gli Stati europei nell’aiutare tali imprese a orientarsi tra economia, sicurezza e potere avente Usa e Cina al centro?
“L’Europa rischia di diventare un mero terreno di scontro della sfida, un menù all’interno della tenaglia. Il caso Nexperia ne è emblematico. L’utilizzo di poteri eccezionali deve essere una extrema ratio, anche perché incide sull’attrattività del sistema-Ue. In questi casi, servirebbe smobilitare capitali, così da offrire alternative concrete alle realtà più esposte verso Pechino, ad esempio acquisendone quote e favorendo l’exit dalle realtà più strategiche. Non è un percorso facile, ma sicuramente più lineare. Che deve essere accompagnato da più ecosistemi e partnership come quella recente tra ASML e Mistral AI. Così nascono hub di innovazione, economie di scala e capitali. Altrimenti, puntando solo su regole e misure difensive, si è destinati a perdere la sfida in partenza”.