Un andamento a dir poco turbolento quello del prezzo di Bitcoin, recentemente risalito verso quota 93.000 dollari dopo un forte calo, che ha riacceso il dibattito tra chi lo vede come un asset strategico e chi invece lo considera privo di fondamenta solide. Ai lati estremi di queste due posizioni troviamo da una parte Larry Fink, CEO di BlackRock, che sostiene che il Bitcoin ha oggi “un enorme caso d’uso” in particolare come arma di digitalizzazione e tokenizzazione finanziaria.
Con lui anche il CEO di Coinbase, che dichiara che è “impossibile che il Bitcoin arrivi a zero”, affidandosi alla convinzione che le criptovalute siano destinate a diventare parte dell’assetto finanziario legittimo e regolamentato. All’altro estremo c’è Michael Burry, famoso per la sua predizione sulla crisi dei mutui subprime, che respinge senza mezzi termini il valore di Bitcoin: secondo lui la criptovaluta “non vale nulla” e l’attuale entusiasmo ricorda la bolla speculativa della mania dei tulipani nel XVII secolo.
Il bitcoin dalla roulette alla borsa
Dietro queste visioni opposte, c’è la crescente volatilità del mercato cripto (di cui Bitcoin è solo una parte, anche se certamente la più rilevante): il rally che aveva spinto Bitcoin e tutto il comparto criptovalute ai massimi dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca ha infatti subito un brusco ridimensionamento, con perdite importanti legate a deflussi da ETF e liquidazioni forzate. Proprio l’ETF su Bitcoin lanciato da BlackRock a inizio 2024 aveva aperto le porte della blockchain del tuttora misterioso Satoshi Nakamoto alla finanza tradizionale e ai più grandi fondi di investimento al mondo. Proprio la scorsa settimana, parlando a San Paolo, Cristiano Castro, direttore dello sviluppo commerciale di BlackRock, ha addirittura affermato che gli ETF Bitcoin della società sono diventati una delle fonti di ricavi più forti, definendo la loro rapida ascesa “una grande sorpresa”, dato che gli investimenti degli investitori sono aumentati durante tutto l’anno.
Castro ha anche minimizzato le preoccupazioni relative ai deflussi, sottolineando che “gli ETF sono strumenti molto liquidi e potenti”. Secondo i dati di SoSoValue, gli investitori hanno però ritirato più di 2,7 miliardi di dollari dal fondo nelle cinque settimane terminate il 28 novembre. Si tratta di uno dei più grandi deflussi dall’ETF da quando è stato lanciato.
Il Bitcoin sale e scende ma non muore mai
Non solo. Osservando il seguente grafico, che confronta i principali crolli mensili del Bitcoin dal 2018 al 2025, si può notare sia la variazione percentuale del prezzo sia la perdita di capitalizzazione in miliardi. Colpisce come, pur con cali percentuali simili al passato, gli scossoni più recenti generino impatti economici molto più ampi: il -24% del novembre 2025 vale oltre 460 miliardi, una cifra irraggiungibile nei cicli precedenti.
Questo evidenzia che il Bitcoin è diventato un asset sistemico: la sua volatilità non è più soltanto un tema del settore cripto, ma un elemento che può influenzare portafogli istituzionali, dinamiche di liquidità e percezioni di rischio globale. La lettura strategica è chiara: più cresce la scala del mercato, più ogni fase di correzione diventa rilevante per l’intero ecosistema finanziario.
Gli indici borsistici decidono il futuro del Bitcoin
Che cosa sta dunque succedendo alla cosiddetta “Regina delle criptovalute”?
Partiamo dalla data chiave (o almeno, così definita dalla maggior parte degli analisti) che sembrerebbe aver dato il via al sell-off (pioggia di vendite) su Bitcoin: il 10 ottobre 2025. Secondo alcune interpretazioni, il trigger è stato l’annuncio indiscreto nel corso di quella giornata di MSCI, società che fornisce indici azionari e benchmark a livello globale, di star valutando di escludere dalle sue principali classifiche le società che detengono più del 50 % degli attivi in criptovalute, definite “digital asset-heavy treasuries” (annuncio di cui il mercato ha preso coscienza solo però diverse settimane dopo il 10 ottobre per via dell’attenzione mediatica che in quel momento ha invece ottenuto l’annuncio di nuovi dazi da parte di Donald Trump).
Se la misura verrà attuata, molte aziende attualmente incluse, come MicroStrategy, rischiano di essere rimosse da indici come MSCI USA o MSCI World. Ciò potrebbe innescare una vendita forzata da parte degli ETF e dei fondi passivi che replicano questi indici, con potenziali deflussi per miliardi di dollari. La decisione finale di MSCI è attesa per la metà di gennaio 2026 e potrebbe rappresentare un possibile cambio di paradigma per la finanza tradizionale che dell’entrata nel mondo crypto stava ormai giovando. Il crollo di BTC a seguito di questa speculazione è stato poi amplificato da note pessimiste successive (alcune emesse da JPMorgan) che hanno peggiorato la fiducia degli investitori e accelerato le vendite.
Il risultato è stato quindi un mix di volatilità prolungata e una forte incertezza sul futuro del rapporto tra mercati tradizionali e criptovalute, in cui i primi hanno inglobato a tal punto le seconde da esserne diventati i principali motori delle fluttuazioni di BTC. Morale? Dal 10 ottobre non è occorso nessun cambio dei fondamentali del Bitcoin, che rimane un asset strategicamente comparabile più ad un oro digitale (come ha sottolineato lo stesso presidente della Banca Centrale americana) che a una moneta come le tradizionali valute fiat.
Quindi, oltre i movimenti tattici di questo asset appena nato (BTC ha appena 17 anni di vita!), vale la pena mantenere l’attenzione sulla sua struttura intrinsecamente deflazionistica (possono esserne minati “solo” 21 milioni) e sulla non-violabilità della sua blockchain decentralizzata. Come ricorda d’altronde un grafico interessante di Bank o America, BTC è una delle tecnologie più disruptive degli ultimi 1000 anni e la finanza tradizionale non si è di certo fatta scappare la possibilità di cavalcarne l’onda.
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