Non si arresta il decollo del prezzo dell’oro, che negli ultimi mesi sta subendo la doppia influenza al rialzo del rafforzamento del ruolo di bene rifugio e della scommessa delle banche centrali dei Paesi non occidentali per l’acquisto massiccio di quantità ingenti di oro fisico.

L’atto di guerra degli Stati Uniti in Iraq che ha portato all’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani ha imposto un nuovo scossone al prezzo dell’oro, attivando un circolo vizioso nei mercati finanziari. L’assassinio del comandante dei Pasdaran e le immediate reazioni regionali hanno scombussolato l’assetto del Medio Oriente, rafforzando i timori di un escalation politica e militare nella regione contraddistinta dai maggiori quantitativi di petrolio al mondo. Conseguenza diretta, dunque, l’aumento del rischio e del prezzo del petrolio, che ha avuto come epilogo un rincaro del bene rifugio per eccellenza.

Come fa notare l’Huffington Post, nelle ore successive al raid del 3 gennaio scorso l’oro ha metabolizzato velocemente il nuovo stato di tensione. “Dopo essere già balzato dell′1,5% venerdì 3 gennaio, a seguito dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, da parte degli Stati Uniti, il metallo prezioso continua a salire. In apertura il prezzo era di 1.588,13 dollari l’oncia, al top dall’aprile 2013. Poi, l’ulteriore incremento. Le quotazioni del metallo prezioso sono salite, infatti, del 2,3%, arrivando quindi a 1.588,13 dollari l’oncia”.

Secondo Goldman Sachs, la corsa al rialzo dei prezzi potrebbe continuare. “La banca ritiene infatti l’oro una scommessa migliore rispetto al petrolio fra le crescenti tensioni”. L’oro si conferma rafforzato nella sua funzione di bene rifugio, e questo incide con maggior forza sulle parallele strategie dei Paesi rivali degli Stati Uniti, che proprio sull’acquisto massiccio di oro puntano per avviare una manovra di de-dollarizzazione delle loro attività economiche.

L’azione delle forze statunitensi in Iraq, dunque, involontariamente fornisce un assist a Russia e Cina che sulla corsa del prezzo dell’oro scommettono a viso aperto da circa un anno e mezzo. La geopolitica finanziaria si sovrappone a quella delle politiche di potenza, il successo tattico conseguito sul campo da Washington con l’uccisione del più formidabile comandante iraniano è contrapposto all’analoga insorgenza di problemi economici e materiali che rischiano di impattare sulla stabilità sistemica a livello internazionale.

Singolare è la sintonia dei movimenti nei listini dei principali metalli pregiati. La corsa dell’oro, fa notare Bloomberg, è parallela a quella di argento e platino, che si rafforzano nel loro ruolo di beni rifugio. Nell’era dell’economia dei servizi, del dilagare dell’intelligenza artificiale e del mito dell’hi-tech le tensioni internazionali ci ricordano come gli emblemi della ricchezza difficilmente cambino nella percezione di governi, popoli e investitori. Manifestazione della razionalità imperfetta dei mercati, che di fronte al rischio di turbolenze tornano ad essere attratti dalla solidità e della lucentezza dei metalli nobili, concreta nel caso di acquisto di oro fisico e virtuale se invece materializzata attraverso la sottoscrizione (più diffusa) di certificati virtuali su oro “finanziario”. In ogni caso punto di riferimento in fasi di difficoltà.

Nessun ancoraggio finanziario o nessun bene rifugio è reale asset geopolitico spendibile in caso di conflitto aperto, ma nell’era dell’instabilità permanente anche la corsa di una materia prima o di un metallo prezioso, che porta con sé implicazioni strategiche per diverse potenze, è da tenere d’occhio. L’oro corre e non promette di fermarsi: sicuramente gli Usa e gli altri attori coinvolti nei teatri caldi del pianeta dovranno tenere conto anche dell’impatto sul suo prezzo nel decidere le implicazioni operative della loro strategia.