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Il 20% delle riserve mondiali di oro è in mano ai Brics. Lo ha riportato un comunicato del World Gold Council uscito a ridosso del vertice dei Paesi esterni all’Occidente. In una classifica dominata dai Paesi occidentali, con Usa (oltre 8mila tonnellate), Germania (3.300), Italia e Francia (oltre 2.400 per entrambe) ai primi quattro posti, la corsa di Russia e Cina le ha portate rispettivamente a 2.332 e 2.235 tonnellate di riserve auree, quinta e sesta e in rapida ascesa, con l’India nona a 804.

“I Brics, con una crescente influenza economica e geopolitica, vedono nelle riserve auree uno strumento per diversificare i propri portafogli di riserve internazionali e ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense”, ha sottolineato StartMag. In una fase di acuta volatilità delle relazioni economiche internazionali, infatti, “questo obiettivo si allinea a un più ampio sforzo di spostamento verso un sistema finanziario multipolare, in cui il dollaro non ha più il predominio assoluto”.

Divisi su molti scenari geopolitici, i Paesi Brics sono uniti da un dato di fatto: il monopolio del biglietto verde è un peso egemonico che va spezzato e accumulare oro serve a garantire i sistemi economici al fine di metterli al riparo dal rischio di danni sanzionistici alle valute, in particolare rublo e yuan, e fornire un sottostante credibile in campo finanziario e valutario a Brics Pay, il nuovo strumento decentralizzato per le transazioni che servirà a generare un paniere valutario diverso da quello oggi dominante e centrato sulle valute occidentali.

Eran Tal sul Jerusalem Post ha di recente segnalato come gli acquisti dell’oro da parte dei Paesi Brics si siano moltiplicati dopo la pandemia di Covid-19 e la conseguente accelerazione della competitività geopolitica. I Paesi Brics hanno sostituito circa 400 miliardi di dollari in buoni del tesoro Usa con riserve auree e questo sta causando un rally del mercato che in un anno ha portato i titoli sul metallo nobile a crescere in valutazione del 37%, a oltre 2.700 dollari l’oncia.

Crescenti riserve d’oro potrebbero rappresentare per i Paesi Brics una garanzia della credibilità del loro sistema di pagamento e una fonte di copertura della loro capacità di gestirlo anche di fronte a future sanzioni statunitensi. In quest’ottica, questo fattore apre ampiamente il dibattito sulla de-dollarizzazione dell’economia globale che sempre più assume la forma non solo di conversione degli scambi prima denominati nel biglietto verde in nuovi metodi di transazione ma anche di ritorno a vecchi metri di misurazione della ricchezza che nell’epoca del denaro creato dal nulla dalle banche centrali sembravano contare meno. Ma invece pesano eccome. E il boom dell’oro, “bene rifugio” ieri come oggi, lo conferma: l’alternativa al biglietto verde e la corsa a costruire la finanza globale del futuro passa anche per la riscoperta del passato. E i Brics lo sanno bene.

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