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Uno specchio d’acqua cristallino dai riflessi turchesi e azzurri, una carovana di cammelli che pigramente ma costantemente marcia in lontananza, il torrido vento del deserto carico dell’odore del mare. Potrebbe essere un paesaggio di qualche oasi descritta in un romanzo di avventure dell’800 oppure un’immagine da cartolina di un modernissimo resort egiziano.

Siamo invece a Gibuti, poco a nord del Corno d’Africa. Una manciata di chilometri quadrati di deserto che si affacciano là dove il Mar Rosso diventa Oceano Indiano, dove le terre emerse quasi si toccano in quello che è il vitale e strategico stretto di Bab el-Mandeb.

Qui, nella regione dell’Afar, dove le immense forze geologiche stanno plasmando la Terra, la vita degli uomini sembra essersi cristallizzata nei secoli così come essa dipende da un cristallo vitale per la nostra esistenza: il sale.

Una miniera a cielo aperto a Gibuti

Cloruro di sodio. Sale. Dato per scontato grazie al progresso ma talmente prezioso che la nostra parola “salario” deriva dal compenso che ricevevano i legionari ed i magistrati romani che consisteva in granaglie, vino, olio e, in particolare, il sale. Da qui venne chiamato salarium il loro soldo ed il nome rimase, col tempo, ad indicare il compenso in denaro.

Leggenda vuole che Roma sparse sale sulle rovine di Cartagine affinché non crescesse nemmeno l’erba, dichiarandola luogo maledetto. Nella realtà un bene così prezioso era impossibile che fosse sprecato. Lo sanno bene gli uomini che, nell’Afar, lo raccolgono sotto il sole cocente dell’Africa così come si faceva nei secoli passati. Lo sa bene  Hummad Musa, che cava il sale proprio da quello specchio di acqua cristallina che affascinerebbe un pittore esattamente con gli stessi strumenti che usava suo padre e suo nonno prima di lui.

Ogni mattina Hummad, insieme a dozzine di altri uomini, si avvia verso il lago Assal per rompere la crosta di sale che le acque marine, in millenni di evaporazione, hanno lasciato usando asce e vanghe.

Il sale che Hummad ha cavato col duro lavoro delle sue braccia verrà venduto in parte ai turisti che qui giungono per vedere questi splendidi paesaggi lunari e in parte prenderà la via dell’Etiopia esattamente come si è sempre fatto dal sesto secolo in poi: attraverso una carovana di cammelli.

“Ho lavorato in questo commercio sin da quando ero bambino” ha detto l’adesso 63enne Hummad ad un reporter di Al-Jazeera “iniziamo a lavorare la mattina presto e continuiamo ad estrarre sale sino all’ora della preghiera Dhuhr (del mezzogiorno n.d.a.)”.

“Ogni volta che qualche turista arriva in visita torniamo alle baracche sulla riva del lago e gli vendiamo qualcosa per poter comprare cibo e acqua per le nostre famiglie” ha proseguito Hummad.

Il sale, così prezioso per la nostra vita e così faticoso da raccogliere in questo luogo sperduto dell’Africa, viene pagato un’inezia per i nostri standard occidentali: una lastra da 25 chilogrammiviene valutata 10 birr etiopi, pari a 40 centesimi di dollaro. Ogni cammello può arrivare a trasportare un massimo di 150 chilogrammi e così sono presto fatti i conti: 2 dollari e 40 per un cammello, poco più 20 dollari per un’intera carovana.

Quanto basta per sfamare una famiglia di tre persone, come quella di Hummad, per poco più di due settimane.

L’oro bianco

Quello che rende così prezioso il sale dell’Afar è la sua qualità: il lago Assal ha una concentrazione salina del 34% ovvero di dieci volte maggiore quella del mare. Anche la quantità di sale rende il lago interessante dal punto di vista minerario: lo spessore della crosta di sale varia tra i 20 e gli 80 metri e l’intensa evaporazione unita alla praticamente nulla quantità di apporti d’acqua permette il deposito, ogni anno, di più di sei milioni di tonnellate di questo bene prezioso.

Il lago, che si è imposto in una depressione a 155 metri sotto il livello del mare, si trova in una regione unica del globo. L’Afar infatti è l’unica porzione delle terre emerse dove si toccano tre placche tettoniche che, sotto la spinta delle enormi ma lente spinte del mantello terrestre, si stanno separando spezzando il continente africano.

Prendete una cartina, guardate tutta la fila di laghi che da Gibuti discende verso Tanzania e Mozambico passando per l’Etiopia ed il Kenya: quella si chiama Great Rift Valley, una valle che taglia l’Africa orientale che si è formata a causa del mantello terrestre che, risalendo e provocando attività vulcanica, ha assottigliato la crosta e la sta separando modellando il paesaggio con depressioni e valli che si riempiono di acqua.

Così sono nati i grandi laghi africani, così è nato il lago Assal, che è stato riempito di acqua nel corso delle ere geologiche a causa dei periodici innalzamenti e abbassamenti del livello marino.

Lì, dove sta nascendo un nuovo continente, dove si toccano le placche tettoniche, dove la Terra esprime tutta la sua vitale giovinezza con terremoti e vulcani, l’estrazione del sale è l’unica fonte di approvvigionamento per gli uomini, e questa enorme quantità di materia prima sta facendo gola a quella potenza globale che, ormai da quasi 30 anni, è la più attiva nel Corno d’Africa ed in tutto il continente: la Cina.

Già un impianto industriale di estrazione, finanziato di cinesi, ha cominciato a lavorare ed il governo di Gibuti ha messo a tavolino un progetto per mercificare l’attività mineraria sul lago Assal proprio per venire incontro alle mire della Cina: il Lake Assal Salt Project.

Nel progetto c’è anche la costruzione di una linea ferroviaria che collegherà il lago, dove si estrae il sale, alle località finali di vendita in Etiopia e c’è chi paventa che questa scelta possa portare alla scomparsa delle carovane di cammelli che, in un viaggio che dura giorni, attraversano una delle zone più inospitali del mondo.

Sino ad allora però, uomini come Hummad, continueranno a sfidare il sole del deserto ed i venti bollenti nel loro viaggio attraverso il cuore pulsante e vivo della Terra dove l’orologio geologico sembra essersi fermati agli albori del nostro pianeta.