L’oro batte i titoli Usa: le banche centrali si de-dollarizzano

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Meno titoli di Stato Usa e più oro: gli investitori internazionali hanno concretizzato negli scorsi mesi una svolta che non si vedeva dal 1996. Per la prima volta da 29 anni, infatti, la quota di risorse distribuita nel metallo nobile nelle casseforti delle banche centrali del mondo batte quella detenuta in Treasury Bond, i titoli di debito federale statunitense.

Le riserve estere delle banche centrali sono, secondo i calcoli di Investing.com, detenute al 27% in oro e al 23% in dollari. Al momento del sorpasso, nel 1996, l’oro vedeva un grande declino nella quota degli asset detenuti dagli istituti centrali dopo la fine del Dollar Standard decretata il 15 agosto 1971 dal presidente Usa Richard Nixon, che sospese la convertibilità tra il biglietto verde e l’oro definita nel 1944 alla conferenza di Bretton Woods.

L’oro sta conoscendo una grande crescita e ha sostanzialmente raddoppiato la sua quota in un quinquennio sulla scorta, principalmente, degli investimenti dei Paesi dei Brics e del cosiddetto Sud Globale, che accumulano risorse per schermare i propri sistemi finanziari da possibili buriane politiche legate all’uso strategico delle risorse finanziarie da parte degli Usa.

E così, se da un lato a maggio la Cina ha accelerato lo scaricamento di titoli Usa, scendendo a 765 miliardi detenuti a fronte dei 1.300 del 2013 e venendo sorpassata dal Regno Unito come seconda detentrice estera dopo il Giappone, dall’altro Investing.com ricorda la corsa dei rivali di Washington nella classifica dei detentori d’oro: “Gli Stati Uniti ne hanno 8.133 tonnellate, di gran lunga in testa. Seguono la Germania (3.350 tonnellate), l’Italia (2.452 tonnellate), la Francia (2.437 tonnellate), la Russia (2.330 tonnellate), la Cina (2.299 tonnellate) e la Svizzera (1.040 tonnellate)”.

Russia e Cina hanno aumentato pesantemente la loro quota negli ultimi anni. Possedere oro non permette, ad oggi, una convertibilità diretta con le valute ma è un investimento in un bene rifugio che può garantire, visti i prezzi a livelli senza precedenti ormai sopra i 3mila dollari l’oncia, la stabilità di un sistema anche solo come “barometro” della solvibilità di un Paese. I dati sono oltremodo interessanti se si confronta l’oro come alternativa non solo ai T-Bond ma anche al dollaro stesso la cui garanzia di valuta di riserva globale consente agli Usa di indebitarsi pressoché indefinitamente.

Questi trend raccontano molto di una partita al tempo stesso economica, valutaria, commerciale e geopolitica. Il tiro alla fune tra oro e T-Bond è parallelo a quello a cui gli Usa sono intenti giocando la sfida dei dazi con il fine di sostenere il debito, rendendolo più appetibile e sostenibile anche in un’ottica di potenziale disaccoppiamento finanziario crescente con i Paesi rivali.

Una sfida, questa, che si somma alla partita delle stablecoin utilizzate come potenziale “esercito valutario di riserva” per far accumulare debito come riserva alle banche che le emettono. Mentre parallelamente l’oro torna a essere un asset dall’alto valore politico e, potenzialmente, i rivali degli Usa potranno avere una cartuccia in più qualora con il nobile metallo volessero garantire un sistema monetario alternativo nel prossimo futuro. I “se” sono molti. La partita è agli inizi. Ma un trend è avviato: da egemone assoluto ora gli Usa sono dei numeri uno sfidati e rischiano di essere, presto, dei primus inter pares se continuerà l’atteggiamento palese volto a usare la finanza per fini geopolitici. Scelta cui, giocoforza, gli avversari risponderanno a modo. E nel concreto lo stanno già dimostrando.

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