L’inflazione è stata fino ad ora la nemesi della crescita economica delle principali nazioni occidentali, arrivando a livelli che non si vedevano da decenni sulla scia della tempesta perfetta dell’energia, della crisi delle catene del valore e delle incertezze politiche mondiali. La guerra russo-ucraina ha accelerato ma non creato le tendenze che oggi contribuiscono a destabilizzare l’economia e a portare con maggior forza sui sistemi più avanzati i rischi di una nuova crisi.

Non c’è paragone tra i tassi di inflazione raggiunti oggigiorno in molti Stati e quelli degli ultimi trenta-quarant’anni: in Unione Europea siamo all’8,6%, dato di giugno, mentre in Regno Unito si è giunti al 9,4% e oltre Atlantico, negli Usa, al 9,1%. Come spiegato più volte, le determinanti sono assai diverse a seconda dei contesti. Per Washington e in minor misura Londra è stata sdoganata un’inflazione da domanda in un’economia surriscaldata dagli aiuti pubblici e dalla ripresa di consumi e assunzioni. In Europa, in larga parte, l’inflazione è stata trainata dalla tempesta energetica e dalla dipendenza del Vecchio Continente. Ma il peggio, forse, deve ancora arrivare.

Un problema angustia l’Europa: nelle principali economie i piani economici di contingenza e resistenza alle crisi di governi e imprese hanno sino ad ora scontato le minacce dell’inflazione e del caro-energia su un’ottica, sostanzialmente, di breve e medio periodo. In altre parole, i governi hanno approntato piani emergenziali ritenuti necessari a sopravvivere a momenti difficili o a choc come l’interruzione delle forniture dalla Russia ma non sempre con un’ottica di ampio respiro, così come le aziende di conseguenza hanno limitato lo scaricamento su consumatori finali e clienti dei rincari avuti nei loro processi. Dall’autunno tutto sarà differente, specie dopo le ultime prese di posizione delle autorità monetarie.

Christine Lagarde ha recentemente dichiarato che la Banca centrale europea è entrata nella visione di lungo periodo per quanto riguarda l’inflazione; ha parlato, rialzando i tassi per la prima volta dal 2011, del caro-energia come strutturale; ha indicato l’inflazione come nemico pubblico numero uno. In precedenza il governatore della Banca austriaca e membro del direttivo della Bce, Robert Holzmann, aveva sottolineato che a suo avviso l’aumento dei prezzi potrebbe raggiungere il suo massimo quest’autunno. Parere condiviso da Pier Carlo Padoan, ex ministro dell’Economia e presidente di Unicredit.

Il problema di fondo è legato al fatto che all’inflazione da energia e materie prime si aggiungerà quella più insidiosa da beni di consumo e, soprattutto, spesa alimentare. In un combinato disposto che può creare una slavina: costi come quelli dell’energia impattano su ogni filiera e sta a ogni produttore capire fino a che livello trasmettere l’effetto di un rincaro ai clienti finali per garantire i livelli di redditività e crescita. “I produttori fino ad ora hanno scaricato sui listini solo la metà degli aumenti delle materie prime e dei prezzi dell’energia che loro stessi hanno subito”, ha notato in una conversazione con Affari&Finanza l’ad di Coop Alleanza 3.0 Mario Cifiello, per il quale l’inflazione può toccare entro fine anno il 10%. L’Italia può essere una grande perdente di questo processo: a settembre-ottobre, in una fase di acuta instabilità politica, si è attesi dall’inizio dell’inverno termico con conseguenti aumenti energetici, dal dilemma stoccaggi di gas, dalla minaccia dell’austerità energetica e da un’altra serie di problemi che rischia di incentivare rincari su questo fronte che si possono trasmettere apertamente al mercato dei beni di consumo.

Per Cifiello quella dell’inflazione “è una valanga che lascia attoniti e che, dopo le vacanze, rischia di proiettare il Paese in una situazione gravissima”, specie se l’Europa dovrà trovarsi in situazioni di vera e propria “economia di guerra” sul fronte degli approvvigionamenti. In un Paese come l’Italia dove la povertà assoluta è giunta ai massimi storici (5,5 milioni di persone nel 2021) e in cui i salari stagnano da trent’anni l’inflazione erode e distrugge prospettive economiche e opportunità. Al contempo, la necessità di calmierare le tre emergenze delle bollette energetiche, della benzina e del cibo appare prioritaria per il governo Draghi, dimissionario, e per qualunque sarà il suo successore, così come l’obiettivo di proporre mosse politiche per difendere i salari e preservare i più fragili dalle disuguaglianze.

L’allarme sul cibo è un problema che sembra essere anticipato da una volontaria “austerità alimentare” degli italiani: essi, nota il Quotidiano del Sud, “rispondono al caro prezzi dei prodotti alimentari tagliando gli acquisti. I dati Istat sul commercio al dettaglio”, infatti, “rilevano a maggio un aumento delle vendite nel loro complesso rispetto al mese precedente. Ma per gli alimentari non è così: su base tendenziale la variazione positiva vale solo per il valore (+4,5%), mentre le quantità calano del 2,8%”. Spendere sempre di più per comprare sempre meno: questo in autunno rischia di essere il canovaccio per il Paese intero. L’inflazione può travolgere l’Italia e l’Europa e solo la difesa dei più vulnerabili e la tutela dei mercati più a rischio, energia in testa, in sede continentale può evitare slavine e tempeste perfette. L’alternativa è l’accelerazione del de-sviluppo del Paese.

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