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Italia, Germania, Ungheria: tre Paesi chiave animano la “guerra dello Swift”. La partita tutta interna all’Unione Europea sulla possibilità di dare il via libera all’esclusione della Russia dal sistema internazionale di pagamenti come ritorsione per l’invasione dell’Ucraina. Proposta sanzionatoria radicale, “opzione nucleare” richiesta da Usa e Regno Unito e a cui negli scenari l’amministrazione di Joe Biden si prepara da tempo.

Dall’Italia sì alla mossa antirussa

L’economia è, come abbiamo più volte sottolineato, il vero e proprio tallone d’Achille della Russia nella partita ucraina. In particolare l’analista finalndese Maria Shagina in un articolo apparso sul sito del Carnegie Moscow Center ha scritto che in caso di espulsione della Russia dal sistema di pagamento a guida occidentale il Paese subirebbe “una massiccia fuga di capitali e l’esclusione da ogni transazione internazionale” con i Paesi occidentali.

Perché ciò avvenga, serve chiaramente un’unità di intenti in campo europeo. E Roma, Berlino e Budapest sono oggigiorno le tre capitali più attenzioante, rappresentando i Paesi più esposti sul fronte politico-economico alla dipendenza, soprattutto energetica, dai rapporti economici con Mosca.

Dopo l’incidente del 25 febbraio, il governo italiano di Mario Draghi ha assicurato sostegno all’opzione nucleare in campo finanziario. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha telefonato oggi al presidente dell’Ucraina, Volodimir Zelensky, per esprimere a lui e al popolo ucraino la solidarietà e vicinanza dell’Italia di fronte all’attacco della Federazione Russa e per mezzo del ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha confermato questa presa di posizione. Draghi e Di Maio, dopo alcuni fraintendimenti nei giorni scorsi (come ad esempio la spinta a escludere i beni di lusso dalle sanzioni), hanno voluto ricordare come Roma non intenda in seno europeo ribaltare le proposte della Commissione qualora essa propendesse per questa grave scelta.

Budapest non vuole morire per Mosca

Dopo aver sentito Draghi, Zelensky si è fatto sotto con Viktor Orban e Olaf Scholz. I leader di Ungheria e Germania sono indicati come i maggiori ostacoli a una manovra di questo tipo che di fatto segnerebbe il decoupling economico Europa-Russia.

In un primo momento, nella giornata del 26 febbraio, era sembrato che Budapeste fosse potenzialmente in grado di diventare il vero e proprio potere frenante. Ma dalle parti del governo di Viktor Orban negano: troppo forte è l’identificazione tra l’aggressione sovietica al Paese nel 1956 e l’ingresso russo in Ucraina, a un mese dalle elezioni politiche interne, perché il governo possa sacrificarsi sull’altare dei rapporti con Mosca. “L’Ungheria è al cento per cento allineata con l’Union Europea nei suoi sforzi congiunti. Non stiamo facendo nulla di meno di quello richiesto dalla posizione europea. E fare di più non dipende dall’Ungheria”, fa notare in una nota il portavoce del premier Viktor Orban, Zoltan Kovacs definendo una “fake news” la notizia dell’opposizione di Budapest alla misura, smentita dallo stesso leader di Fidesz in un confronto col premier polacco Mateusz Morawiecki.

Varsavia, ovviamente, è tra i falchi d’Europa. Tra le colombe, invece, Budapest non intende farsi schiacciare e morire per Mosca. Troppo forti i legami con un mercato europeo prioritario per l’Ungheria. Troppo pressante l’attrattività di fondi europei e investimenti per rendere l’Ungheria un paria geopolitico. Troppo vicine le elezioni per Orban per morire in nome del sovranismo.

Tutto si decide a Berlino

L’ago della bilancia sarà, una volta di più, Berlino. Olaf Scholz ha provato ogni mossa per consolidare il lascito di Angela Merkel. Non ci è, per ora, riuscito. Rischia di restare senza Nord Stream 2, senza GeRussia, senza un potere di contratto decisivo in campo occidentale. Si è speso assieme ad Emmanuel Macron per evitare la Sarajevo d’Ucraina e, dopo la “Desert Storm” putiniana, ha condannato decisamente l’aggressione. Ma sul medio periodo conosce i prezzi del sacrificio del rapporto privilegiato con la Russia.

Una relazione complessa che sarà difficile rottamare e, se ciò avverrà, ancor più complesso ricostruire. Il ministro tedesco delle Finanze, Christian Lindner, membro di un partito antirusso nella coalizione, i Liberali Fdp, ha aperto alla discussione sull’opportunità di escludere la Russia da Swift: “Non siamo contrari, bisogna sapere cosa si sta facendo”. Più cauta la Spd del premier. Sebbene, nota Today, “Swift non sia un sistema di pagamento o regolamento né una banca, l’operatività di un gran numero di infrastrutture, mercati e banche a rilevanza sistemica dipende da Swift”. E tra questi mercati c’è anche quello, decisivo, dell’energia che alimenta l’industria tedesca, nutrita dal gas russo perno della GeRussia. Berlino sa di avere, in forma decisiva, in mano il pallino del gioco. Solo la Germania può consolidare la solidarietà occidentale necessaria per fare un passo tanto grave come l’azzeramento dei legami economici con la Russia. Ma Berlino può essere anche il grande perdente di questo processo. E sa che la Russia è, volente  o nolente, un punto di riferimento di cui è impossibile ignorare l’esistenza. Nell’ora più buia della crisi, sia Zelensky che Putin guardano a Scholz e al governo tedesco. Dalla cui presa di posizione dipenderà l’entità della rappresaglia contro la Russia.

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