Fincantieri è una minaccia strategica alla sicurezza nazionale e all’industria francese? Così sembra pensarlo il Senato di Parigi, che ha recentemente pubblicato un documento molto critico del gruppo leader nella cantieristica navale italiana che dal 2017 tratta l’acquisto dei cantieri di Saint Nazaire. Fincantieri è sul banco degli imputati per il fatto di aver aperto a una serie di operazioni con la Cina, tra cui la costruzione entro il 2023 della prima nave da crociera per il mercato dell’Impero di Mezzo, che sarà allestita ai cantieri Shanghai Waigaoqiao Shipbuilding di Shanghai, controllati da China State Shipbuilding Corporation (Cssc).

Ma tale motivazione appare un pretesto da parte della politica transalpina per portare al naufragio l’acquisizione strategica di Fincantieri in Francia. Il clima del resto è da tempo tutt’altro che sereno. A Bruxelles il fascicolo rimane bloccato dall’Antitrust, guidato da Margrethe Vestager.

La realtà fattuale è che Parigi non intende abdicare al minimo controllo strategico sulle sue aziende più importanti, specie considerato il fatto che tra il 2017 e il 2018 lo Stato francese è entrato nel capitale della società che gestisce i cantieri di Saint Nazire, Chantiers de l’Atlantique, di cui detiene poco meno dell’85% delle azioni e nella cui struttura è presente anche Naval Group, l’azienda che è alleata di Fincantieri nel consorzio Navaris ma, a livello sistemico, sua rivale per le nicchie di mercato più redditizie, specie quelle della cantieristica militare.

L’asse Fincantieri-Naval Group, sulla carta, potrebbe funzionare in quest’ultimo settore. Fincantieri è più specializzata sugli scafi, Naval Group sui sistemi integrati interni, ma l’azienda francese beneficia dell’integrazione con attori transalpini come Thales Aerospace che potrebbero fare la parte del leone nell’assegnazione degli appalti per i sistemi d’arma interni. Nel consorzio Navaris Fincantieri avrebbe dovuto promuovere fortemente la causa della sua joint venture con Leonardo, Orizzonte Sistemi Navalima date le incertezze degli ultimi tempi è tutto da dimostrare se tale alleanza prenderà effettivamente forma o se la chiusura della Francia all’ingresso del gruppo triestino nel capitale dei cantieri atlantici possa preludere a una sua esclusione dal Paese.

Il nodo cruciale, nota Milano Finanza, è la conferma del fatto che “gli italiani non possono comprare aziende minimamente strategiche in Francia a nessuna condizione”, mentre sull’altro fronte “negli stessi anni i francesi hanno comprato in Italia aziende strategiche di ogni ordine e grado e pezzi di industria italiana, pensiamo al lusso, senza alcuna opposizione”. Un processo che da qualcuno è stato visto come un simbolo di integrazione europea, ma che da diversi apparati strategici italiani come il Copasir è stato piuttosto paragonato a una vera e propria campagna di conquista dei nostri “gioielli di famiglia”. Nella politica e nei media il tema dell’interesse nazionale è troppo spesso negletto; di più, i semplificatori retorici che mettono in contrapposizione il generico “sovranismo” al lirico destino di solidarietà europea vanno in cortocircuito quando vedono che il primo sovranista d’Europa è proprio Emmanuel Macron, presidente francese a parole definitosi un liberale di ferro ma che anno dopo anno va avvicinandosi alle tesi del generale De Gaulle sull’indipendenza nazionale, l’autonomia strategica e la proiezione economia di Parigi. Che prendendo forma si può scatenare oltre le Alpi, senza che per l’Italia sia possibile fare l’inverso.

“Per tutti gli altri paesi, l’Europa e le sue istituzioni sono solo uno strumento per portare avanti interessi nazionali, certo in partnership con gli altri”, prosegue Milano Finanza, mentre nel nostro contesto nazionale “nel frattempo si è sacrificato e si continua a sacrificare” sull’altare dei “destini europei” “tutto; incluse le aziende strategiche che i francesi, giustamente, non sacrificheranno mai”. Torniamo a scomodare Indro Montanelli, ora più che mai attuale: nella competizione strategica internazionale, come nella costituzione dell’Europa unita, parafrasando il fondatore de Il Giornale i francesi partecipano da francesi, i tedeschi da tedeschi e gli italiani…da europei. Salvo poi mostrarsi stupiti quando altre nazioni utilizzano quelle tattiche di preservazione del controllo sugli asset strategici che dalle nostre parti sono, troppo spesso, neglette. Fincantieri, che tra l’asse con la Cina e i nuovi affari con la Us Navy ha dichiarato di aver attività per l’intero decennio, cadrà fortunatamente in piedi. Ma la strategia nazionale per l’espansione delle attività delle partecipate più importanti si dimostra, una volta di più, assente o scarsamente capace di rispondere a criticità esterne.

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