Da anni, quando si parla di Cina, c’è chi insistentemente richiama l’attenzione sull’enorme debito che grava sulle casse dello Stato cinese, predicando – in maniera oggettivamente esagerata – un imminente collasso del suo sistema economico. La pandemia di Covid-19, con la chiusura forzata di attività commerciali e il congelamento della quotidianità, ha in effetti aggravato una situazione all’apparenza già complicata, costringendo le autorità a varare misure e sostegni per imprese e cittadini.
Sommando la liquidità immessa nel sistema bancario, le agevolazioni sui prestiti e altri sostegni, ai debiti preesistenti accumulati nel corso degli anni dai governi locali, emergerebbe un quadro finanziario preoccupante, evidenziato da più report.
Gli analisti di S&P Global Ratings, ad esempio, scrivono che il debito diretto dei governi locali cinesi avrebbe superato il 120% delle entrate nel 2022, osservando che l’ammontare indicato è un valore più grande di quello che Pechino aveva in precedenza e ufficiosamente dichiarato essere un livello di debito accettabile.
I dati del Fondo monetario internazionale, invece, mostrano come il debito esplicito, complessivo, accumulato dalle amministrazioni locali sia quasi raddoppiato in cinque anni, fino all’equivalente di 5,14 trilioni di dollari – o 35,34 trilioni di yuan – registrato lo scorso anno (per Reuters la cifra sarebbe di oltre 9 trilioni di dollari).
La spada di Damocle dei governi locali
“Le province e i comuni del Paese hanno fatto molto affidamento sull’aumento dell’emissione di obbligazioni per far fronte al rallentamento economico innescato dal Covid e al crollo dei ricavi della vendita di terreni“, hanno affermato gli stessi analisti di S&P nel loro report.
Non solo, perché c’è da considerare un altro aspetto: negli oltre 5 trilioni di dollari di debito non sarebbero incluse altre categorie di debito correlato e in rapida crescita, come quella dei cosiddetti “veicoli di finanziamento del governo locale” (LGFV) che hanno consentito alle autorità regionali di attingere prestiti bancari per progetti infrastrutturali.
Non è un caso che il governo centrale cinese stia monitorando la situazione con una certa serietà. Nel rapporto annuale di lavoro del governo cinese, un’intera sezione è stata infatti dedicata alla prevenzione e al disinnesco dei principali rischi, principalmente nel settore immobiliare e nel debito del governo locale. “Dovremmo prevenire l’accumulo di nuovi debiti mentre lavoriamo per ridurre quelli esistenti”, si legge nel documento sulla situazione dei governi locali.
Il debito della Cina è un rischio?
Per la società di analisi Trivium, nel 2022 il rapporto tra il debito pubblico e il pil della Cina ha toccato la quota record del 76,9%. Ma i problemi non sarebbero tanto a livello centrale quanto, come detto, a quello locale. Per quale motivo il debito locale cinese sarebbe finito quasi fuori controllo, o almeno ben oltre i limiti di sicurezza immaginati?
In un primo momento, nel periodo pre Covid, i governi locali spingevano per la realizzazione di progetti e infrastrutture, tali da assicurare lavoro ai cittadini e, al tempo stesso, accrescere il pil nazionale. Nessuno prestava troppa attenzione a cosa stesse accadendo in ambito locale, con debiti sempre più alti e casse sempre più vuote. Negli ultimi tre anni, il Covid e la crisi immobiliare hanno però ridotto le entrate del governo locale, alle prese con l’aumento di altre spese, come quella sanitaria. Basti pensare che le entrate derivanti dalla vendita di terreni (un quarto delle entrate totali dei governi locali) sarebbero diminuite del 23,3%, provocando una perdita di circa 288 miliardi di dollari.
Ora che i nodi sono arrivati al pettine, per coprire questo buco le amministrazioni locali potrebbero adottare tre strade: la riduzione del livello degli sgravi fiscali annunciati durante la pandemia, la vendita di beni e i trasferimenti di denaro dal governo centrale. Secondo il ministero delle Finanze i trasferimenti dal “centro” ai governi locali hanno rappresentato circa il 60% dell’aumento del deficit del governo centrale, con quest’ultimo che ha incrementato i suoi trasferimenti del 17,1% nel 2022, e prevede di aumentare il sostegno di un altro 3,6% quest’anno.
Xi Jinping è insomma chiamato a risolvere il rebus degli LGFV, il debito dei quali sarebbe salito a 9,5 trilioni di dollari, pari alla metà dell’economia nazionale, e ormai divenuti a detta degli analisti una sorta di buco nero del sistema finanziario cinese. “Mi aspetto che molti LGFV collassino o vengano tranquillamente ricapitalizzati dalle banche, mettendo a rischio di insolvenza alcune banche rurali e alcuni obbligazionisti”, ha tagliato corto Andrew Collier, amministratore delegato di Orient Capital Research. Il governo centrale rimane solido ma la situazione potrebbe complicarsi in qualche provincia.