L’ombra di una guerra del riso: ecco perché si rischia una nuova crisi

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Mentre la guerra del grano non accenna a risolversi, una nuova crisi rischia di minacciare la sicurezza alimentare di circa la metà della popolazione mondiale. Si tratta del riso, seconda più importante coltura cerealicola al mondo dopo il mais, e che costituisce l’alimento base per l’Asia, l’africa subsahariana e il sud America.

A detenere il primato della produzione mondiale ben tre giganti asiatici, ovvero Cina, India e Bangladesh: le prime due, assieme, assommano circa metà dell’intera produzione mondiale. Tre Paesi dalle condizioni climatiche complesse che non rendono affatto facile mantenere questo primato: una produzione costante, infatti, richiede temperature elevate di giorno e fresche di notte durante tutto il periodo della maturazione. Ma anche terreni lisci e duri e un’enorme disponibilità d’acqua.

Perché l’India ha bloccato le esportazioni di riso

A mettere in allarme gli economisti, circa un mese fa, la scelta di New Delhi di bloccare le esportazioni del riso bianco di tipologia non-basmati, quello che in gergo viene definito paddy rice, lasciando libere le esportazioni delle varianti parboiled e basmati. Inizialmente, ad andare nel panico erano state alcune catene di acquirenti negli Stati Uniti, immediatamente rassicurate dalla Us Rice Federation pronta a giurare su una notevole quantità di riserve. Ma per importatori e consumatori assidui il divieto è stato un vero choc, soprattutto nelle aree del mondo in cui il riso è il cardine dell’alimentazione come Filippine, Vietnam, Malesia, ma anche Senegal, Nigeria e Costa d’Avorio.

Il governo indiano gestisce il più grande sistema di distribuzione alimentare del mondo, servendo circa 800 milioni di persone: per questa ragione l’inflazione è il suo più grande nemico, che rischia di impedire l’obiettivo di assicurare alla popolazione indiana due pasti al giorno. Secondo New Delhi, la mossa aveva come fine quello di abbassare il prezzo e garantire la sicurezza alimentare del Paese, in particolare del proprio sud. Il divieto, aggiuntosi ad altre restrizioni (l’India ha imposto un dazio del 20% sulle altre esportazioni di riso non basmati) ha mandato nel panico il mercato asiatico, che ora teme un aumento dei prezzi globali e una sempre maggiore insicurezza alimentare, figlia anche della crisi del grano e dei fertilizzanti. Nonostante il dazio imposto nel settembre scorso, le scorte indiane hanno continuato a fluire all’estero e i prezzi interni hanno continuato a salire. Dopo il bando alle esportazioni il prezzo è invece crollato a 40 dollari Usa per tonnellata, anche se l’enorme divario nelle esportazioni ha visto i prezzi salire al di fuori dell’india.

Il grande nemico del riso: El Niño

Il divieto, tuttavia, rischia di combinarsi ad altri fattori come quelli legati al clima, che proprio nel Sud-est asiatico sortiscono i loro effetti più evidenti: proprio lo scorso anno, il riso aveva iniziato subire dei gravi rincari in seguito alla pesanti inondazioni in Pakistan, Paese al nono posto per capacità produttiva.

Ma le inondazioni non sono l’unico fattore climatico in grado di incidere significativamente sulla produzione: la corrente de El Niño, ad esempio, è un elemento chiave. Le oscillazioni termiche periodiche causate da questo fenomeno in tutta l’Asia meridionale -dall’Indonesia all’India- si accompagnano ad una drastica diminuzione delle piogge fino ad annate di vera e propria siccità. Le scorte, dunque, rischiano di crollare in questa seconda parte dell’anno se i coltivatori di riso, soprattutto quelli nelle aree irrigate a pioggia, non sono in grado di piantare a causa delle oscillazioni termiche e della mancanza di accesso al sistema di irrigazione. Questo ha costretto, nella primavera scorsa, Paesi come le Filippine a interrogarsi su un cambio di calendario di semina o, addirittura, in uno stravolgimento delle colture di predilezione: un sostituto promettente del riso sarebbe la manioca, resistente alla siccità oltre che endemica in buona parte dell’Asia. Realtà come la Thailandia, invece, riflettono sulla possibile interruzione delle produzione nella cosiddetta “cintura del riso”, ovvero la regione delle pianure centrali.

Secondo gli esperti del National Oceanic and Atmospheric Administration, il 2023/2024 sarà ufficialmente un anno affetto da El Niño, portando siccità e temperature alte nel Sud-est asiatico nonché il peggior calo della produzione degli ultimi venti anni. L’ultima volta che la singolare oscillazione termica del Pacifico ha causato gravissimi danni è stata nel 2015/2016, causando un notevole calo della produzione di riso (-15 milioni di tonnellate) ed un’inflazione globale relativa fino al 16%. Ergo, si prevede nell’intera area un raccolto invernale e primaverile molto scarsi, aggravato dalle cattive condizioni dei siti di stoccaggio: l’Istituto Internazionale di Ricerca sul Riso nelle Filippine asserisce che per ogni aumento delle temperature notturne di 1 grado Celsius potrebbe verificarsi una corrispondente perdita di resa del 10%.

Le conseguenze delle restrizioni

L’Africa sub-sahariana è il più grande mercato di importazione al mondo: qui gli effetti del bando iniziano farsi sentire. Thailandia e Vietnam, secondo e terzo esportatore dopo l’India, non possiedono scorte a sufficienza e i prossimi due raccolti sembrano non promettere bene nemmeno per loro. Ben presto l’aumento della domanda da parte dei Paesi consumatori potrebbe portare a ulteriori restrizioni sul modello indiano, come peraltro sta già a accadendo in Vietnam e Emirati Arabi Uniti. Restrizioni di questo tipo, infatti, stabilizzano i mercati nazionali ma creano l’effetto panico in quelli internazionali provocando una spirale inflazionistica oltre che gravi interruzioni nella catena di approvvigionamento. Le conseguenze di queste scelte finiscono, dunque, per abbattersi molto spesso sulle fasce più deboli della catena: i produttori e i Paesi che non sono in grado di passare velocemente da un’alternativa alimentare all’altra in velocità.

Le conseguenze di tutto ciò sono già visibili sul prezzo del riso che, nel gennaio scorso, ha toccato il record degli ultimi 12 anni. L’indice Fao del prezzo del riso è schizzato a 126, 4 punti a gennaio, il 6,2% in più rispetto al dicembre 2022. Nei prossimi mesi, in assenza di una svolta geopolitica globale che passi anche da un rinnovato accordo sul grano, gli effetti climatici de El Niño potrebbero avere conseguenze devastanti sul prezzo del riso che, in questa estate 2023 continua a crescere a ritmo sostenuto.