Un tempismo perfetto: nelle settimane calde di giugno in cui Iran e Usa cercavano un accordo per trasformare il cessate il fuoco nella Terza guerra del Golfo in un armistizio i principali istituti di Teheran sono stati colpiti da un’ondata di pesanti cyberattacchi. Colpi pesanti, che il 13-14 giugno ha portato al blocco di quattro banche: Melli Bank, Tejarat Bank, Saderat Bank e Export Development Bank of Iran. Tutte, tranne l’ultima, sono state colpite di nuovo il 23 giugno. E molti ben informati sospettano una manina israeliana per quanto successo.
Innanzitutto, i fatti. Si parla di quanto è successo nei giorni in cui la Repubblica Islamica, firmando da Teheran per mano del presidente Masoud Pezeshkian la “pace di Versailles” siglata dal capo di Stato Usa Donald Trump, otteneva l’apertura della strada a un ridimensionamento delle sanzioni, ivi comprese quelle stritolanti su un sistema finanziario tagliato fuori da otto anni dalle reti convenzionali e dall’accesso al dollaro.
Se l’Iran avrà accesso alla piena disponibilità dei fondi congelati negli anni scorsi dagli Usa e a cui potrà tornare ad attingere e se, in prospettiva, il sistema di Teheran sarà reintegrato nelle reti internazionali, per la Repubblica Islamica si tratterà di una grande vittoria in risposta alla morsa sanzionatoria imposta dagli Usa e rafforzata dagli alleati dalla rivoluzione di Ruhollah Khomeini del 1979. Morsa che si è stretta dalla prima era Trump, durante la quale nel 2018 l’Iran fu travolto da soffocanti ondate di prescrizioni sull’accesso ai mercati internazionali, sulla valuta, sulla possibilità di commerciare con l’estero che ha portato i corpi-guida del regime di Teheran, a partire dai Pasdaran, a cercare vie alternative, quali le criptovalute, e partnership parallele, dal duo Russia-Cina ai Brics, per sfruttare i percorsi di pagamento disponibili internazionalmente.
Chiaramente un Iran rientrante in possesso di risorse strategiche potrà competere economicamente e, soprattutto, militarmente con maggior forza. Potrà spendere per riarmarsi, commerciare, acquisire tecnologie critiche. Le sue banche potranno muoversi con dinamismo sfruttando l’ampiezza della popolazione e l’alta alfabetizzazione informatica degli iraniani. Da qui un sospetto: Israele stava cercando di “sabotare” la riapertura all’Iran in campo bancario attaccando preventivamente gli istituti con manovre coperte e cyber? Il britanncio Telegraph, ha proposto la chiave di lettura di Ronen Solomon, ex consulente dell’intelligence della difesa israeliana, che ha individuato nelle operazioni in corso una possibile manovra del gruppo Predatory Sparrow, da molte fonti ritenuto il braccio armato cyber del governo di Tel Aviv. In Iran, riporta Amwaj, “il gruppo ha colpito per la prima volta la rete ferroviaria iraniana nel luglio 2021, per poi mettere fuori uso gran parte della rete di distributori di benzina del paese in due occasioni: nell’ottobre 2021 e nuovamente nel dicembre 2023“. Non si tratterebbe, dunque, della prima missione nel gigante centroasiatico di questa unità di fatto.
La cosa non stupirebbe. Innanzitutto, se l’Iran era stato messo nel mirino di un attacco cyber la fine della guerra offriva la sponda migliore: il termine del blackout internet durato di fatto dalle proteste di gennaio ha lasciato riemergere un sistema fragile, privo di dovuti aggiornamenti securitari, vulnerabile ed esposto a intrusioni malevole. Probabilmente, chi ha colpito le banche ne aveva parassitato i server da tempo e aspettava solo il momento buono per colpire. Secondo punto, è una chiave di lettura coerente con quanto successo dopo la guerra dei dodici giorni di giugno 2025, quando Tel Aviv cessò le ostilità dirette verso Teheran ma riprese con una pesante guerra ombra e d’intelligence. Infine, Israele è spaventata della capacità iraniana di raggiungere nuove capacità di operazione sul fronte missilistico, vero terrore per Tel Aviv, e di finanziare milizie alleate come Hezbollah se raggiungerà nuove disponibilità di risorse. C’è anche una guerra economica all’ombra del caos del Golfo. E ha a che fare con una rivalità infinita che neanche la pace apparente riesce a calmare.