L’Unione europea non svolterà con il fondo Next Generation Eu, almeno non per ora. Le linee guida della proposta di Ursula von der Leyen e della sua Commissione parlano di un piano sicuramente ambizioso, dal valore complessivo di 750 miliardi, che sarebbe ingeneroso o riduttivo liquidare sbrigativamente. Un piano, però, che si dovrà scontrare con la realtà dei fatti: con grande dispiacere dei più entusiasti europeisti, i miliardi del NextGen non saranno disponibili in termini brevi, e anche la fisionomia definitiva del fondo è ben lungi dall’essere concretamente delineata.

La nazione da tenere d’occhio con maggior attenzione rimane l’Olanda di Mark Rutte, capofila del partito europeo dei falchi del rigore. L’Aja ha fin dall’inizio definito come inefficace l’idea di un Recovery Fund che contenesse al suo interno strumenti di mutualizzazione del debitoper quanto parziali e incompleti, e punta a dare battaglia sfruttando la lunga finestra temporale offerta dal differimento al 2021 dell’entrata in vigore di qualsiasi misura legata al NextGen, che si ancorerà al bilancio pluriennale.

“Le posizioni sono lontane e questo è un dossier che richiede l’unanimità, quindi i negoziati richiederanno tempo. È difficile pensare che questa proposta potrà essere il risultato finale di quei negoziati”. Questa è stata la prima reazione sulla proposta della Commissione europea per la ripresa economica di fonti diplomatiche olandesi ascoltate dall’AnsaAngela Merkel e la Germania hanno proposto una dilazione dei tempi per poter negoziare un fondo per la ripresa il più funzionale possibile agli interessi tedeschi, e L’Aja, che con Berlino ha avuto alcuni screzi nelle ultime settimane sul tema dell’ampiezza dell’adesione all’ideologia rigorista, vuole approfittarne.

Vengono fuori ora le divergenze nella grand strategy tra la nazione capofila dell’austerità, la Germania, e il fronte della “Nuova lega anseatica” guidato dall’Olanda e composto dai Paesi scandinavi e, ingresso più recente, dall’Austria. Questo gruppo vuole il minimo gradiente di azione comune nell’Unione, centrato com’è sulla difesa di un’Europa basata sul libero scambio, la deregulation e la continua competizione fiscale e finanziaria. Berlino, invece, interpreta un mercantilismo più fondato sul rigore sui conti pubblici, ma ha bisogno di un’Europa che sappia mantenersi integra come mercato per lo sbocco delle sue merci e la stabilità del suo sistema. In questo contesto, NextGen interviene come fattore di divisione: la Germania vede in esso un’utile sponda ai suoi disegni d’investimento strategico; l’Olanda, invece, un salasso in più alle sue finanze pubbliche a favore dei Paesi del Sud Europa, che saranno i maggiori percettori del fondo al lordo dei contributi loro richiesti.

Non a caso nei giorni scorsi Olanda, Svezia, Danimarca e Austria hanno proposto il loro manifesto economico per il fondo europeo, puntando fortemente a sottolineare la loro preferenza su prestiti severamente condizionati a carico degli Stati riceventi rispetto al meccanismo di sussidi a fondo perduto coperti dal debito comune. Il documento, alternativo al piano Merkel-Macron, è da pensare come la punta di lancia per le loro proposte in negoziati che si annunciano infuocati. Saranno lunghi i mesi che preparano l’entrata in vigore del Recovery Fund: mesi di schermaglie tattiche, in cui a trovarsi separati alle posizioni di partenza saranno i due leader con maggiore esperienza nell’Unione, Angela Merkel e Mark Rutte. Oggettivamente i migliori negoziatori del campo comunitario: ci sono tutte le premesse per una battaglia di posizione, da cui NextGen potrebbe uscire fortemente stravolto rispetto alla proposta della Commissione.

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