Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Ha la quinta economia dell’Eurozona, alle spalle di Germania, Francia, Italia e Spagna, ed è il settimo Paese per popolazione. I dati forniti dal Better Life Index di Ocse fotografano un contesto quasi idilliaco, non del tutto esente da ombre. In Olanda la qualità della vita è alta, la disoccupazione rasenta il 3,4% e i cittadini sulla soglia della povertà raggiungono l’8%.

Merito dell’approccio di uno Stato che ha iniettato di steroidi il proprio settore economico, tra vantaggi fiscali agevolati e diritti societari agevolati. Un binomio, questo, che negli ultimi decenni ha attirato ad Amsterdam e dintorni un’ingente quantità di multinazionali. Certo è, come hanno fotografato Bce e Commissione europea, le famiglie olandesi devono fare i conti con un debito privato che sfonda il tetto del 200% del reddito netto disponibile. Basti pensare che nella disastrata Italia tale percentuale si attesta al di sotto il 62%.

L’obiettivo di Mark Rutte, il premier olandese che ha fatto imbestialire Giuseppe Conte, Angela Merkel ed Emmanuel Macron, è quello di trasformare il proprio Paese in una “piccola potenza” dell’Unione europea. Qualche anno fa L’Aia era considerata una sorta di satellite tedesco che faceva notare ai vari Paesi membri verità che la Germania pensava, ma che Berlino non poteva sottolineare con altrettanta aggressività. Oggi il piccolo nano olandese si è smarcato da ogni pressing e vuole prendersi una fetta più grande d’Europa.

L’asse franco-tedesco che infastidisce L’Aia

Ma quali prospettive può avere l’Olanda? A ben vedere, ha scritto Il Sole 24 Ore, l’obiettivo di Rutte non è affondare l’Italia. Certo, il premier olandese non si fida di Roma e non ha alcuna intenzione di “regalare” soldi a un Paese che potrebbe, a suo modo di vedere, sperperarli senza attuare riforme utili alla causa. Da qui nasce l’esigenza di imporre un potere di veto agli aiuti economici del Recovery Fund, ridimensionare la suddivisione tra sovvenzioni e prestiti e, più in generale, rivedere la governance del piano economico europeo.

Ma dietro al sipario, oltre al braccio di ferro tra frugali e inaffidabili, si nasconde un’altra verità. L’Olanda punta a scardinare l’asse franco-tedesco. Vuole distruggere l’unione d’intenti venutosi a creare tra Macron e Merkel e, soprattutto, evitare che il piano proposto dal tandem Berlino-Parigi possa comportare cambiamenti strutturali nel processo di integrazione mediante l’emissione congiunta di debito. Non solo: il piano di salvataggio dell’Europa comporterebbe, per non sforare i bilanci, un aumento delle risorse per finanziare il rimborso della spesa (dalla digital tax alla carbon tax) e un trasferimento delle stesse dai Paesi del Nord a quelli del Sud, o mediterranei.

Italia stretta tra due fuochi

Il Recovery Fund discusso in Consiglio europeo è frutto di un lavoro coordinato da Francia e Germania. Per motivi contrapposti, questi Paesi hanno spinto per creare un’Europa di responsabilità condivise, compresi rischi e solidarietà. Detto altrimenti, Berlino ha trovato la sponda di Parigi per salvaguardare il mercato unito e la moneta unica, i due pilastri che hanno consentito alla locomotiva tedesca di trascinare l’Eurozona.

Rutte vuole il diritto di veto sui piani di spesa nazionali e sogna un mercato unico efficiente. L’Italia, suo malgrado, si è ritrovata in mezzo a due fuochi, in una battaglia senza esclusioni di colpi. Francesi e tedeschi sono nello stesso schieramento italiano, ma l’Olanda non vuole cedere. L’Aia si sta aggrappando con tutte le sue forze al tema degli aiuti a fondo perduto per scardinare l’asse franco-tedesco. Ebbene, nel caso in cui Rutte dovesse avere la meglio, per Roma sarebbero guai seri.

Rutte non cede

Nel quarto giorno del Consiglio europeo la posizione di Rutte è apparsa più ammorbidita, anche se permangono notevoli distanze tra le richieste dei frugali e quelle degli altri Paesi membri dell’Ue. In mattinata il premier olandese ha parlato del “freno di emergenza”, cioè del meccanismo che consentirebbe a qualsiasi Paese di rallentare l’erogazione di fondi per la ripresa di fronte a una obiezione di uno dei leader in sede di Consiglio europeo. Rutte si è detto “contento” perché adesso c’è “un’ottima bozza del testo di questo meccanismo che, a mio modo di vedere, sta lentamente guadagnando consenso”.

In ogni caso, il negoziato Ue è andato avanti tutta la notte, senza portare a un esito definitivo. Si ragiona soltanto in termini di piccoli progressi, anzi di piccolissimi progressi. Dal punto di vista degli aiuti economici, Rutte ha intenzione di costruire una specie di ponte tra la quantità di denaro investito per le sovvenzioni e quello utilizzato per i prestiti. In sottofondo, ovviamente, resta la compattezza dei Paesi frugali, i quali non hanno alcuna intenzione di sacrificare i propri conti, così perfettamente in ordine. Il braccio di ferro sul Recovery Fund continua.

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