Nello Zimbabwe la crisi economica che sta asserragliando il Paese da ormai un decennio sembra non volersi placare e dopo essersi ulteriormente intensificata nel 2019 lascia ben poche speranze per il 2020. Le volontà del governo di Emmerson Mnangagwa di portare il Paese fuori dall’utilizzo del dollaro americano per riprendere la valuta locale ha distrutto l’economia dello Zimbabwe, tediato da una crisi inflazionistica che ha riportato ai difficili anni di Robert Mugabe. Non soltanto inflazione e relativa contrazione dei salari reali che non vengono indicizzati al caro-vita, adesso anche i consumi dei prodotti interni sono calati, azzoppando l’apparato produttivo zimbabwese. Oltre alle difficoltà di rifornirsi all’estero a causa della svalutazione monetaria che aumenta costantemente il costo delle forniture, con le diminuite entrate provenienti dalla vendita interna le società rischiano di dover chiudere in modo definitivo i battenti.

Tutti i settori sono stati colpiti

Non sono soltanto i generi di lusso ad aver subito il rallentamento dei consumi: persino i prodotti di prima necessità ed i vizi a “buon mercato” hanno visto una diminuzione percentuale di produzioni in doppia cifra. La solida produzione di birra dello Zimbabwe ha visto le società perdere tra il 15% ed il 48% delle vendite, con il picco che ha interessato i prodotti della maggior qualità che vengono venduti a prezzo maggiore. La causa però non è riscontrabile soltanto nei consumi, ma anche alle difficoltà sopraggiunte a seguito della carenza dei combustibili per i mezzi di trasporto e dell’energia elettrica, che ha bloccato le produzioni e la distribuzione dei prodotti.

Analoga sorte è toccata alle aziende produttrici di bevande gasate, che hanno visto le proprie produzioni calare del 56% rispetto allo stesso semestre dello scorso anno. In un Paese che già attualmente soffre dell’80% di tasso di disoccupazione, le plausibili chiusure delle fabbriche porterà ad un ulteriore perdita di posti di lavoro, calando lo Zimbabwe in una condizione irreversibile.

La staticità governativa

In questo scenario il governo di Mnangagwa non ha impostato alcun piano di riforme volto a migliorare le condizioni della popolazione, lasciando a sé stessa l’economia del Paese. Nemmeno le proteste dei dipendenti pubblici che hanno richiesto l’indicizzazione in dollari dei propri compensi ha mosso le alte cariche dello Stato, decise a portare avanti il progetto del dollaro zimbabwese. Senza il necessario potere d’acquisto per garantire le forniture estere, il mercato dell’energia è stato colpito dalla stessa crisi economica, lasciando il Paese senza carburanti ed elettricità. Tutto questo, mentre le proteste dei medici hanno fatto saltare persino il sistema sanitario, che deve già far fronte all’alta mortalità infantile ed alle malattie legate alla denutrizione.

Le condizioni in cui versa il popolo dello Zimbabwe sono disastrose e nulla potrà cambiare in assenza di imponenti riforme dell’apparato statale, volte a garantire non solo la stabilità ma anche la credibilità del Paese agli occhi internazionali. Le sue continue chiusure al mondo, come la decisione di tornare sui propri passi e re-istituire il dollaro zimbabwese, non hanno fatto altro che peggiorare una situazione in cui, senza lungimiranza del ceto politico, sembra indicare una strada tortuosa per il futuro del Paese.