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Il 7 settembre 2021 è stato l’ottavo anniversario dalla nascita della Belt and Road Initiative (BRI), un progetto che in questi anni ha raggiunto traguardi notevoli. Tra 2013 ed il 2019 la Cina ha investito 117,31 miliardi nei Paesi della BRI. Nonostante nel 2020 il Covid-19 abbia provocato una stagnazione dell’economia internazionale, nella prima metà del 2021 gli investimenti delle aziende cinesi nei Paesi lungo la BRI sono tuttavia cresciuti dell’8,6%.

Inoltre, la BRI ha suscitato sia diffuse attenzioni che ostilità da parte delle maggiori potenze globali. Per rispondere alla BRI cinese, il Presidente statunitense Joe Biden ha lanciato il piano “Build Back Better World” (B3W) al summit G7, il cui scopo è di fornire un piano alternativo per investire nei Paesi in via di sviluppo. Subito dopo, in data 12 luglio 2021, i Ministri degli Esteri dell’Unione Europea hanno concordato di dare il via ad un piano di infrastrutture globale, il cosiddetto “A globally connected Europe”, un piano strategico che dal 2022 punterà a connettere l’Europa al resto del mondo, nel tentativo di contrastare l’influenza cinese.

Biden intende trasformare di nuovo gli Stati Uniti in un Paese leader mondiale, sperando in questo modo di aumentare la capacità di attrazione del B3W. Ma se il piano B3W possa davvero essere portato a termine rimane un punto di domanda. Numerosi Paesi di tutto il mondo, sulla base del proprio interesse nazionale, si sono dimostrati più inclini a firmare progetti per la BRI anziché considerare il progetto B3W degli Stati Uniti: finora infatti, circa 140 Paesi hanno firmato un memorandum di cooperazione con la Cina in merito alla Belt and Road Initiative.

Negli ultimi otto anni la BRI è diventata il progetto principale degli investimenti cinesi oltremare. Stando a Refinitiv, centro dati di Thomson Reuters, nell’ambito della BRI sono state costruite nuove infrastrutture quali ferrovie, porti e autostrade, e fino al luglio del 2020 esistevano più di 2.600 progetti legati alla BRI, con una valutazione complessiva intorno ai 3,7 trilioni.

In questi otto anni la Cina ha aumentato gli investimenti soprattutto in Asia centrale, Sudest asiatico e Asia meridionale, volgendo gradualmente lo sguardo anche verso l’Europa orientale e centrale.

Gli investimenti cinesi in Asia centrale sarebbero concentrati in Kazakistan ed Uzbekistan, dove nei dieci anni dal 2009 al 2018 la Cina investì rispettivamente $12,7 miliardi e $3,246 miliardi. Gli investimenti in entrambi i Paesi sono relativi soprattutto ad energia e minerali, anche se con l’adesione della Cina al COP21 si prevede una diminuzione degli investimenti energetici in Asia centrale. Il Sudest asiatico e l’Europa centrale saranno il prossimo step degli investimenti cinesi, volti a realizzare una BRI “di alta qualità”.

Sin dalla firma dell’RCEP, gli investimenti della Cina nel Sudest asiatico sono man mano aumentati, ma per raggiungere il livello degli investimenti giapponesi rimane ancora molta strada da percorrere. Tra il 2012 ed il 2016 gli investimenti cinesi in Malesia raggiunsero una media di 3,9 miliardi di ringgit malesiani all’anno. Da allora la Cina è diventata il maggior investitore estero nel settore manifatturiero in Malesia. Nel 2019 e nella prima metà del 2020 la Malesia approvò 32 progetti cinesi per un valore totale di $45243 milioni. In seguito alla realizzazione del primo progetto Malesia-Cina nell’ambito della BRI, nel 2014 venne osservata una crescita economica in Malesia dell’1,31%; il tasso di crescita nel 2018 e 2019 fu tuttavia inferiore al 5%. Nel complesso, gli investimenti cinesi hanno avuto finora solo un piccolo impatto in Malesia, poiché la finestra temporale dall’inizio della cooperazione tra i due Paesi è troppo ristretta e non è facile intravederne i risultati economici. In più, la crescita dell’economia in Malesia è anche influenzata da molti fattori esterni, tra cui le tensioni geopolitiche dovute alla guerra commerciale, che ben riflettono la situazione nel Sudest asiatico.

In un certo senso, gli investimenti cinesi nei Paesi dell’Europa centrale ed orientale negli ultimi anni si sono rivelati un punto di forza: dal 2010 al 2019, gli investimenti complessivi aumentarono da 310 milioni a 14,69 miliardi, con un tasso medio di crescita annuale del 53,4%; nel 2017 fu fondato il Consorzio Bancario tra Cina ed Europa centrale ed orientale, con la China Development Bank (CDB) che fornì a queste regioni €2 miliardi in prestiti per cooperazione finanziaria, e con la seconda fase del Fondo Cooperativo per gli Investimenti tra Cina ed Europa centrale ed orientale che raccolse $1 miliardo da investire sempre in quelle regioni; infine, il forte e continuo supporto a livello di policy suggerisce anche che gli investimenti cinesi nella regione aumenteranno rapidamente in futuro.

Più in generale, gli investimenti cinesi in Europa centrale ed orientale presentano tutti gli stessi seguenti tratti distintivi: per prima cosa, per quanto riguarda gli enti a capo degli investimenti, all’inizio erano quasi esclusivamente imprese a gestione statale; in secondo luogo, in termini di distribuzione industriale, i progetti di cooperazione riguardano perlopiù i settori energetico e chimico; terzo, gli investimenti sono estremamente sbilanciati in termini geografici: Ungheria e Serbia sono i due Paesi che ricevono più contributi, rappresentando da soli circa la metà di tutti gli investimenti della Cina in Europa centrale ed orientale.

Tuttavia, i rischi politici all’interno dei Paesi in Europa centrale ed orientale sono diventati la minaccia principale ai progetti di investimento cinesi nella regione. In Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria sono presenti vari partiti che si intervallano in frequenti cambiamenti ai vertici, con le stesse maggioranze che spesso si spaccano a causa di divergenze interne. Inoltre, la sostenibilità a lungo termine della crescita economica in Europa centrale e orientale è ancora permeata da grandi incertezze: sebbene i Paesi della regione abbiano attraversato una forte crescita economica negli ultimi anni, nel lungo periodo vi è un rischio di recessione, con la cosiddetta “trappola del reddito medio” che è diventata un vero e proprio spettro per tutti questi Paesi.

Gli investimenti cinesi nei Paesi lungo la BRI dipendono soprattutto da imprese a gestione statale e private. Il problema è che la proporzione delle entrate dei mercati oltremare gestiti da imprese statali è aumentata significativamente, ma il livello di internazionalizzazione non ha fatto altrettanto. D’altra parte, le imprese private hanno seguito un trend su due livelli, con redditività complessiva bassa e poca sostenibilità negli investimenti.

Al momento di scegliere la destinazione di un investimento, le imprese cinesi statali continueranno ad investire in aree chiave per la BRI quali il Sudest asiatico, l’Asia occidentale, l’Africa e l’Asia meridionale, mentre quelle private o finanziate da investitori esteri stanno ora invece investendo in Paesi avanzati quali Stati Uniti e in Europa. Tuttavia, le previsioni indicano che nel futuro gli investimenti privati potrebbero aumentare anche nel Sudest asiatico, in Asia meridionale e altre regioni, con le aziende che attribuiranno anche più attenzione a sicurezza, redditività e liquidità.

In merito a se la BRI sia più un’iniziativa o una vera e propria strategia, gli esperti cinesi hanno espresso opinioni contrastanti. Personalmente credo possa venire definita come un’iniziativa strategica. Dato il lungo periodo che sarà necessario per ripagare gli investimenti in infrastrutture e la limitata capacità di vari Paesi di ripagare i propri debiti, la BRI potrebbe essere considerata un piano d’azione di supporto determinante. Per ottenere il desiderato riconoscimento degli altri Paesi, è chiaro che la Cina debba disporre di solide basi economiche, ed estendere queste basi anche in ambito politico e diplomatico richiederà parecchio tempo. Ma in fin dei conti, se la Cina non fosse in grado di bilanciare gli equilibri della cooperazione economica ed ottenerne vantaggi strategici quali influenza politica, allora il piano cinese di promuovere la BRI si troverebbe dinnanzi anche a rischi maggiori.

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Autore Lifan Li