Il crollo dell’economia tedesca registrato nel secondo trimestre ha ben pochi precedenti nel secondo dopoguerra: nel trimestre compreso tra aprile e giugno l’economia di Berlino ha perso il 10,1% del suo valore su base congiunturale, mentre in rapporto al secondo trimestre del 2019 il crollo ha toccato l’11,7%. Lo ha riportato l’Ufficio federale di statistica Destatis.

Il dato è peggiore delle attese degli economisti che prevedevano una flessione del 9% a livello trimestrale e del 10,9% su base annua e rappresenta un caso unico in mezzo secolo di rilevazioni delle statistiche trimestrali sul Pil. Dal 1970, infatti, non si era mai assistito a una contrazione di tale portata. I dati si accompagnano a numerose altre attestazioni di fragilità della “locomotiva d’Europa“. Anche nel caso di dati più in linea alle previsioni degli economisti, il colpo sarebbe stato comunque duro per il crollo della domanda estera, il rallentamento degli investimenti, la stagnazione dei servizi e il blocco delle vendite al dettaglio. Come ricorda La Stampa, infatti, “ad aprile, al culmine del lockdown, la produzione manifatturiera, pilastro della più grande economia della zona euro, ha registrato un calo storico del 17,9%. Gli ordini industriali sono diminuiti del 25,8% e le esportazioni sono crollate del 31,1%”.

Manifattura, industria, export: la spina dorsale dell’economia tedesca è fiaccata e, come se si fosse attivato un effetto moltiplicatore, via via che i comparti si fanno sempre più strategici il crollo è più accentuato. Angela Merkel ha affrontato in maniera positiva la fase sanitaria della pandemia di coronavirus, nonostante i casi di ritorno delle ultime settimane, e ha posto in campo una serie di misure strategiche per contenere il crollo dell’economia e stimolare lavoro, attività industriali e welfare sul fronte interno; ma per la Germania, così integrata alle catene del valore internazionali, si potrà parlare di ripresa vera e propria solo quando commerci e relazioni economiche transnazionali torneranno a viaggiare coi ritmi di un tempo.

Intervenendo sulle colonne dell’Handelsblatt,  l’economista di Dekabank Andreas Scheuerle ha definito quella in corso la “recessione del secolo”. La recessione tedesca è un termometro della salute dell’economia globale, in quanto Berlino, superpotenza commerciale e manifatturiera, costruisce le sue fortune sulla proiezione internazionale dei suoi settori strategici (dall’automotive alla farmaceutica), sui legami con fornitori e partner di destinazione delle merci, su un settore dei servizi altamente performante. Non a caso, il crollo tedesco è in parte un “indotto” dei lockdown dei Paesi partner, come fa notare StartMag: “Gli economisti interpellati dai quotidiani richiamano le più pesanti paralisi avvenute in alcuni importanti paesi partner, come Italia, Spagna e Francia, che da un lato hanno prodotto le interruzioni delle catene di rifornimento, dall’altro affossato la domanda”. Il durissimo crollo vissuto dalle borse di tutto il mondo nella giornata di venerdì 31 luglio, prima ancora che allo spaventoso dato statunitense, che era tuttavia atteso (-32,9% di Pil nel secondo trimestre), è da imputare al messaggio di sfiducia giunto dalla Germania.

Le statistiche tedesche ci ricordano che la traversata del deserto potrebbe essere solo agli inizi; l’economia mondiale vive una fase di grave affanno, e c’è da vedere in che misura la Germania riuscirà a istituzionalizzare la rottura con l’austerity sul fronte interno e a sdoganare una risposta anti-crisi a tutto campo fondata su investimenti, piani di lungo periodo e nuove politiche industriali. Ovvero le ricette che tutti i Paesi europei, prima ancora di attendere come una manna dal cielo i fondi comunitari mutualizzati, dovrebbero seguire per prevenire nuovi schianti di questo tenore.

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