La Danimarca concede semaforo verde al gasdotto Nord Stream 2. Con il via libera di Copenaghen al completamento dell’infrastruttura di trasporto gasiero, Gazprom potrà raddoppiare le forniture all’Europa attraverso l’hub baltico e si perfeziona vittoriosamente la strategia russo-tedesca, riducendo notevolmente la posizione geopolitica degli Stati Uniti nella partita energetica del Vecchio Continente.
Superando la resistenza dei gendarmi atlantici del Mar Baltico (Estonia, Lettonia e Lituania), l’ostilità della russofoba Polonia, le minacce di sanzioni contro i Paesi aderenti al consorzio fatte trapelare da Washington e una diffidenza verso Mosca alimentata da anni di confronto Copenaghen ha seguito la Finlandia e la Svezia nel dare l’ok al progetto Nord Stream 2, con i nuovi impianti che attraverseranno per circa 150 chilometri il suo territorio.
Si tratta di uno smarcamento geopolitico ed energetico dai desideri di Washington che ha pochi precedenti nell’era presente. Raramente i Paesi europei hanno saputo coralmente ricordare agli alleati di oltre Atlantico che la partnership in ambito Nato deve essere collegiale e non impositiva, e il completamento dei piani di raddoppio di Nord Stream è sicuramente più concreto di altre manifestazioni di autonomia che hanno avuto ricadute pratiche meno solide: l’Italia gialloverde, ad esempio, ha firmato nei mesi scorsi il memorandum sulla Nuova via della seta con la Cina e, con lungimiranza, evitato il riconoscimento di Juan Guaidò a presidente del Venezuela, senza però inserire il tutto in una strategia di politica estera coerente. Lo stesso discorso vale per la ragionevole opposizione di diversi Paesi (dalla Germania al Regno Unito, passando per la stessa Italia) alla richiesta di bandire le società cinesi dall’ambito delle telecomunicazioni.
Con Nord Stream 2, però, siamo di fronte a qualcosa di più grande: nel contesto della “guerra fredda del gas” un gruppo di Paesi europei sceglie dichiaratamente Mosca, dà semaforo verde a un progetto destinato a rafforzarla geopoliticamente e ridimensiona le volontà statunitensi di aumentare le esportazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) via nave. Nord Stream 2 potrebbe anche mettere all’angolo un alleato importante di Washington, l’Ucraina, ridimensionando l’importanza della rotta di esportazione di gas che passa per l’ex repubblica sovietica in conflitto con la Russia e garantisce circa 3 miliardi di dollari di royalties a Kiev ogni anno. In ogni incontro bilaterale tra i vertici politici di Germania e Russia Vladimir Putin dà assicurazioni ad Angela Merkel sul fatto che il raddoppio di Nord Stream non comporterà l’azzeramento della rotta ucraina, rispondendo in maniera conciliante a un timore mai celato da Berlino.
Tuttavia, sarebbe ingenuo ritenere che per Kiev, attratta in un’irriducibile competitività con Mosca, il rischio di uscire con le ossa rotte sia tutt’altro che indifferente. Non a caso il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha inquadrato nei giusti termini la questione, sottolineando che il gasdotto “non è solo una questione di sicurezza energetica, è una questione geopolitica”. Ironicamente, c’è da dire che la geopolitica dà torto a Kiev: anni di contrapposizione politico-ideologica con Mosca hanno portato i Paesi dell’Unione Europea a rinunciare a opportunità strategiche non indifferenti. Nessuno sarebbe stato pronto a “morire per Kiev”, ma tutti gli Stati europei continuano a rinnovare le sanzioni a Mosca per il caso Crimea. Nord Stream 2 insegna che c’è la possibilità di uscire dalla logica del conflitto verso partnership win-to-win, sfruttando la complementarietà economica tra Europa e Russia. E la Germania lo ha capito. Meno l’Italia, che nell’era di Matteo Renzi ha cancellato la proposta del gasdotto South Stream, capace di creare nel Mediterraneo un analogo hub per il gas russo.
Il via libera danese è una dura lezione di realismo per l’amministrazione Trump: non ci sono state dichiarazioni ufficiali a riguardo, ma è possibile che lo schiaffo danese sia stato motivato dalla volontà di prendersi una rivalsa dopo il ben poco lusinghiero trattamento ricevuto dal primo ministro di Copenaghen, la socialdemocratica Mette Frederiksen, durante il tentativo di Donald Trump di avviare trattative per l’acquisto della Groenlandia da parte degli Usa. La Frederiksen ha risposto a tono a Trump, rivendicando la sovranità del Paese e ricevendo in cambio uno sdegnoso annullamento della visita di Stato del presidente Usa a Copenaghen. Ora la Danimarca risponde a tono con un’azione concreta, facendo capire a Trump che un trattamento paritetico degli alleati europei in futuro potrà evitare nuove sconfitte strategiche come quella di Nord Stream 2.
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