La diffusione del coronavirus chiamato Sars-Cov-2 rischia di causare un’ecatombe non per la malattia la Covid-19, riconosciuta ormai come una pandemia dall’Organizzazione mondiale della sanità, ma per il possibile collasso delle economie mondiali.

La narrativa mediatica affronta il tema del coronavirus guardando solo due numeri: i contagiati e i deceduti. Certo, si tratta di statistiche rilevanti nell’immediato, ma guardando in prospettiva occorre tenere a mente anche altri aspetti. Il biologo computazionale Francois Balloux, che negli ultimi cinque anni si è occupato di come rispondere alle pandemie al livello mondiale, suggerisce di concentrarci sul rapporto tra salute e ricchezza. Le curve dell’aspettativa di vita e del prodotto interno lordo pro-capite, infatti, sono praticamente identiche: più un paese è ricco, più a lungo vivranno i suoi abitanti e maggiori aspettative di vita avranno i suoi neonati. Non fa una piega. Ma se il coronavirus porterà al collasso dell’economia mondiale, quante saranno allora le vittime? “Molte più di quelle che Covid-19 sarebbe mai in grado di rivendicare”, afferma Balloux.

Covid-19 potrebbe tornare in inverno

Lo scenario più plausibile, secondo Balloux, è che la Covid-19 scemerà durante l’estate ma tornerà in inverno con una seconda ondata forse ancora più potente, come è successo con l’influenza spagnola nel 1918/19. Questo scenario, sempre secondo l’esperto, si scontra con due grandi incognite: non sappiamo se il virus scomparirà con la stagione calda; non sappiamo se la malattia causata dal virus ci renderà immuni a lungo termine a una nuova infezione. Dipende dalle mutazioni: i coronavirus, per quel che ci dice Balloux, tendenzialmente non mutano molto.

Eppure lo fanno e ci sono già stati casi (pochi, per fortuna) di persone infettate due volte. In molti sembrano confidare nella capacità di produrre un vaccino in tempi rapidi, ma i protocolli sulla sperimentazione prevedono tempi assai lunghi, mentre il rischio di contagio cresce di ora in ora. Il Washington Post ha pubblicato un interessante giochino che prevede quattro scenari: contagiati in libertà senza alcun intervento; un tentativo di quarantena; misure di distanziamento sociale moderate; misure di distanziamento sociale molto severe. I risultati sono quattro curve sempre meno marcate, con un appiattimento notevole per l’approccio più drastico. Lo stesso quotidiano statunitense, tuttavia, sottolinea come la simulazione semplifichi oltremodo la vita reale fatta di connessioni umane, di catene di distribuzione e di lavoro a contatto con il pubblico. Per quanto tempo è possibile sostenere lo scenario più drastico senza causare gravi danni all’economia?

Il modello Italia è davvero il meno rischioso?

L’Italia ha scelto la quarta simulazione, quella delle severe limitazioni delle libertà individuali, imponendo la chiusura degli esercizi commerciali, con alcune eccezioni che tutti ormai conosciamo (tabaccai, edicole, supermercati, food delivery infatti restano aperti). Le attività economiche crollano improvvisamente, giovedì il 12 marzo Piazza Affari perde il -17%, il peggior tonfo della sua storia. Le città italiane si svuotano, i media stranieri trasmettono servizi surreali da attrazioni turistiche deserte, migliaia di aziende industriali e di piccole e medie imprese (il cuore del Made in Italy) si bloccano. L’assenteismo cresce, piano piano si fermano anche gli ingranaggi della logistica: aeroporti, metropolitane e treni riducono le loro attività. Il carico della distribuzione ricade quasi interamente sugli autotrasportatori: al Brennero formano code di Tir lunghe fino a 100 chilometri a causa delle misure intraprese dalle autorità austriache.

Tutti abbiamo sopportato pazientemente le code davanti ai supermercati, rigorosamente a un metro di distanza e molti di noi con la mascherina protettiva al volto, trovando sugli scaffali prodotti alimentari in abbondanza. Cosa succede se la filiera logistica dell’industria agroalimentare viene danneggiata dai blocchi? Cosa succede se gli approvvigionamenti cominciano a diventare saltuari? Ci penserà l’Esercito, come in Cina, a rifornire le famiglie? Il rischio è che il disagio che tutti oggi stiamo sopportando con dignità possa sfociare in ribellione e in gravi disordini sociali.

Morti “con” e morti “per” coronavirus

Il caso italiano si distingue dagli altri paesi per l’alta percentuale di morti. Come riportato da Agenzia Nova, che cita un report dell’Istituto superiore di sanità, sono “solo” 12 le persone decedute affette da coronavirus che non presentavano patologie pregresse tali da causarne la morte. Si tratta di un dato parziale, ottenuto su 355 cartelle rispetto al totale di 2.003 pervenute: il 17,7 per cento del campione complessivo. Il numero medio di patologie osservate in questa popolazione è di 2,7. Complessivamente, 12 pazienti, pari al 3,4 per cento del campione, presentavano 0 patologie; 84 vittime, il 23,7 per cento, presentavano 1 patologia; 90 presentavano 2 patologie, il 25,4 per cento; e ben 169, pari al 47,6 per cento, presentavano 3 o più patologie.

Ma c’è davvero una differenza tra morti “con” e morti “per” coronavirus? In Italia siamo stati molto onesti perché abbiamo considerato i morti “con” coronavirus che presentavano più patologie che l’epidemia (pardon, pandemia) ha soltanto aggravato. Sarebbero morti lo stesso? Tendenzialmente si, ma non si sa quando. I dati mostrano chiaramente che all’aumentare del numero di patologie e dell’età che presenta un soggetto, è più probabile che esso muoia. Altri paesi hanno considerato che quelle persone sarebbero morte comunque, senza inserire il conteggio nei decessi per Covid-19. È una scelta corretta? Probabilmente è una decisione che ha evitato di creare il panico, ma è moralmente discutibile. Le persone con una o più patologie pregresse non hanno lo stesso diritto alla vita dei più sani?

Scenari a confronto

Oltreconfine, intanto, ci si sta interrogando sugli scenari futuri. William Haseltine, presidente del think tank Access Health International, che ha recentemente presieduto il summit sulla salute Usa-Cina a Wuhan, dove il virus ha avuto origine, ha una teoria. “Ci sono quattro possibilità”, ha detto il medico a The Daily Beast. “Uno, (la pandemia) si esaurisce con le condizioni atmosferiche. Due, tutti vengono infettati, quindi non ci sono nuovi posti dove andare (…) ma è un finale piuttosto orribile. Tre, c’è un vaccino, ma dista circa un anno. La quarta via è la più probabile: avremo alcuni farmaci, tra qualche settimana o qualche mese, che impediranno alle persone di contrarre l’infezione, come la PrEP (profilassi pre-esposizione) per l’HIV”.

Secondo Jeffrey Klausner, professore di epidemiologia all’Università della California, se il 40-70 per cento della popolazione statunitense dovesse contrarre la Covid-19 nei prossimi mesi, milioni di americani potrebbero potrebbero morire e centinaia di milioni potrebbero essere infettati. In questo scenario ogni aspetto della vita – business, istruzione, attività culturali, agricoltura, produttività, salute mentale – verrebbe irrimediabilmente colpito e probabilmente danneggiato per sempre. Senza incontri pubblici e con questi numeri potrebbe essere difficile persino condurre funerali: “Ho scelto di credere che saremo in grado di controllare l’epidemia con interventi non farmaceutici”, ha concluso Klausner. L’unica cosa che possiamo fare, per ora, è aspettare che la tempesta passi e sperare che non ritorni mai più.

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