Nella gara per la sovranità digitale globale l’Italia rischia di essere tagliata fuori. Schiacciata, da un lato, dalla rendita di posizione dei giganti del web statunitensi e subordinata, dall’altro, alle priorità franco-tedesche nei nuovi e interessanti progetti per la costruzione di un comparto tecnologico europeo autonomo.

Gaia-X, il progetto di una piattaforma europea di cloud computing, non riuscirà, nell’immediato a essere completamente indipendente da Google, Amazon, Microsoft e gli altri oligopolisti statunitensi, ma pone sul piatto una questione fondamentale, da cui derivano e deriveranno alleanze industriale, prospettive di investimenti miliardari e il futuro strategico del comparto tecnologico europeo. Gaia-X, lanciato nel giugno 2019 e descritto dal ministero dell’Economia tedesco come “un abilitatore per piattaforme Made in Europe”, prevede la costituzione di una crescente potenza di calcolo e sviluppo da parte di operatori del Vecchio Continente capaci di mantenere al suo interno i data center e la potenza di calcolo necessaria all’elaborazione e allo sfruttamento delle informazioni in essi conservata. Aumentando l’autonomia digitale dell’Europa in una fase in cui essa è una posta in palio decisiva nella battaglia tra le superpotenze del settore, Stati Uniti e Cina, e un terreno di scontro per i rispettivi “capitalismi politici”.

Con lungimiranza, Francia e Germania hanno deciso di giocare apertamente questa partita. Dando applicazione concreta alle prescrizioni politiche e geoeconomiche della grande alleanza di inizio 2019, quel Trattato di Aquisgrana che in un certo senso va oltre l’Unione Europea per pervasività degli obiettivi e certifica il duopolio di Parigi e Berlino. L’obiettivo di Angela Merkel e Emmanuel Macron è consolidare campioni tecnologici franco-tedeschi in grado di rivaleggiare con il big tech statunitense.

“La partnership franco-tedesca è il primo vero tentativo di offrire un’alternativa europea ad Amazon, Microsoft e Google nel cloud computing (seppure anche i colossi americani potranno partecipare al progetto)”, come spiega StartMag. “Secondo la società di ricerca Gartner, si tratta di un business previsto in crescita del 6,3% nel 2020 a 257,9 miliardi di dollari. La spinta fornita dalla pandemia Covid dal momento che molte persone lavorano da casa a causa delle misure per il contenimento del contagio”. Orange, OVHcloud, Edf, Atos, Safram, Outscale, Deutsche Telekom, Siemens, Bosch e BMW sono alcune delle imprese attive nel progetto e proprio due di queste, Dt e la francese OVHcloud, studiano una partnership per creare un nuovo attore del mercato del cloud.

Angela Merkel ha portato alla guida della Commissione Europea una donna, Ursula von der Leyen, che sulla sovranità tecnologica europea parla la sua stessa lingua; Macron ha nel supermanager divenuto Commissario europeo all’Industria, Thierry Bretonun alleato strategico per vidimare a livello continentale le strategie in atto. L’Italia, invece, è più di un passo indietro. Non possiamo non riconoscere al ministro dell’Innovazione Paola Pisano di aver compreso che quella in atto è una sfida a tutto campo che cambierà il volto del potere economico su scala internazionale, ma il governo Conte II fatica a pensare l’innovazione e la battaglia tecnologica come una partita dai grandi risvolti politici.

La Pisano ha proposto recentemente l’idea di un cloud nazionale da unire a Gaia-X, ma nell’area di maggioranza le tendenze sembrano essere divergenti. Spronando il Movimento Cinque Stelle a seguirlo, Beppe Grillo ha proposto un vasto progetto che dalla rete unica Tim-Open Fiber dovrebbe arrivare a coprire in senso protezionista l’intero spettro del cloud; Giuseppe Conte invece non chiude al contempo al mantenimento delle alleanze internazionali di Tim ma si barcamena tra Cina e Stati Uniti. Un Dpcm di agosto ha permesso all’asse Tim-Huawei, per quanto indebolito, di restare attivo, e in seguito l’esecutivo sul futuro della rete unica ha dato semaforo verde, pur con numerosi dubbi, all’asse tra Tim e il fondo Usa Kkr. La domanda è se il governo potrà imbarcarsi con serenità sulla via europea e imbastire una concreta politica tecnologica senza prima aver chiarito il suo posizionamento nella sfida Usa-Cina. Attualmente, proseguiamo beandoci delle nostre eccellenze (basti pensare all’enorme data center a basso impatto di Eni, un esempio unico al mondo) ma senza metterle a sistema, senza pensare a politiche di prospettiva. In ultima istanza, senza dire la nostra nel grande gioco europeo del cloud: partecipare attivamente darebbe un nuovo grattacapo con gli Usa e metterebbe in imbarazzo anche Roma per la non chiara posizione sulla Cina, che Francia e Germania vedono senza ipocrisie come un rivale: un rivale con cui fare lauti affari, sia ben chiaro, ma in prospettiva uno sfidante strategico. L’inazione crea irrilevanza, l’economia immateriale va governata con scelte concrete: quelle che a Roma, purtroppo, non si riesce tuttora a intravedere.