La locomotiva franco-tedesca che guida l’Europa – col Regno Unito ormai fuori causa – spinge sempre più per polarizzare i meccanismi interni dell’Unione in una sorta di “divisione dei compiti” tra Parigi e Berlino. Da un lato all’Eliseo si guarda alla possibilità, più che fattibile, che la Francia diventi la guida della politica estera e della Difesa dell’Ue, dall’altro lato, al Bundestag, si è ormai certi che la Germania guiderà la politica economica e finanziaria dei 27 Stati membri.
Ma alle due nazioni protagoniste di quella che sostanzialmente è una diarchia, servono dei partner per poter avere più peso politico in campo decisionale e non solo all’interno dell’Unione. In particolare la Francia sta cercando di sedurre l’Italia – essendo la Spagna già relativamente nell’orbita dell’asse franco-tedesco – anche per limitare lo strapotere finanziario, economico ed industriale della Germania.
Vi abbiamo già raccontato della “trappola” insita nel Recovery Fund, il finanziamento un po’ a fondo perduto un po’ a prestito per risollevare le economie di quei Paesi più colpiti dalla crisi pandemica, ed in particolare l’Italia: la vendita di assetti industriali o infrastrutture strategiche per ripianare 90,9 miliardi di euro di prestiti contratti dal nostro Paese. In questo scenario la Francia e la Germania potrebbero infatti approfittarne per mettere le mani sui gioielli della nostra industria, ovvero l’aerospazio, la cantieristica navale e quella ad alta tecnologia. In particolare Parigi vorrebbe, come già detto, diventare leader nel settore della Difesa, e quindi dettare l’agenda della politica estera, per poter contrastare la visione strategica tedesca in questo settore, sempre votata al neutralismo e ad un atteggiamento mercantilista accomodante che non giova alla “grandeur” francese ma nemmeno alla sua industria bellica che ha bisogno di vendere i propri prodotti.
Non è un caso che nel progetto, ora trinazionale, per il nuovo cacciabombardiere Scaf (o Fcas nel suo acronimo inglese), sia stata la Francia a imporre agli altri partecipanti le proprie linee guida e requisiti.
La Francia quindi, deve tenere lontano il nostro Paese dalle “sirene” anglosassoni rappresentate dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, che hanno forti legami industriali di lunga data con l’Italia: il programma Tempest, a cui si è aggiunta anche la Svezia, è una sorta di riedizione di una fruttuosa collaborazione tra Roma e Londra che risale ai tempi del Tornado, per non parlare del caccia F-35, che viene costruito anche nel Faco di Cameri (Novara) e che rappresenta il gioiello della nostra industria aeronautica in quanto ha portato in Europa per la prima volta il know how per avere un caccia di quinta generazione.
In questo senso l’Italia è quindi molto utile alla Francia, che deve allontanarci da Regno Unito e Stati Uniti anche per la sua visione strategica sempre più insofferente alla Nato e a chi ne dirige la politica (Washington che è il suo membro più potente).
Allo stesso tempo l’Eliseo sa che il cuore industriale ed economico del nostro Paese, essenzialmente il Nord, è strettamente legato alla Germania per valore dei suoi volumi di traffico di esportazioni ed importazioni, con Berlino più interessata a mettere le mani sul tessuto produttivo intermedio, che poi è quello in cui nascono le piccole e medie imprese ad alta tecnologia che sono il fiore all’occhiello della nostra industria.
Per affermarsi come nazione guida, e sbilanciare la diarchia a suo vantaggio, la Francia ha quindi bisogno di noi, e sta cercando in tutti i modi di conquistarci. Per la verità i rapporti di cooperazione industriale tra Roma e Parigi ci sono già, e hanno anche funzionato. Esiste, ad esempio, un meccanismo di collaborazione europeo nel campo delle costruzioni militari, l’Occar, che ha visto la nascita di un programma fruttuoso voluto da Francia e Italia: le fregate Fremm che sono state volute anche dagli Stati Uniti e di cui un esemplare è stato ceduto all’Egitto da Roma generando non pochi mal di pancia in quel di Parigi.
Ma la cooperazione con i nostri cugini d’oltralpe non si limita a restare nell’ambito dei programmi europei: i cacciatorpediniere della classe Orizzonte, dopo l’abbandono del Regno Unito, sono frutto di una cooperazione esclusiva italo-francese. Una cooperazione, però, che a volte subisce battute di arresto quando si tratta di acquistare assetti strategici francesi: il caso dei cantieri Stx che dovevano essere acquistati da Fincantieri e sono stati “parzialmente nazionalizzati” dal governo francese è lì a dimostrare come Parigi mal tolleri l’acquisto di infrastrutture ritenute essenziali per l’economia, e la sicurezza, francesi.
Insomma, stante queste premesse, è bene che il nostro Paese non si lasci lusingare dalla Francia che potrebbe sfruttarci solo ed esclusivamente per il proprio tornaconto, se pur va considerato che i rapporti industriali, soprattutto nel campo della Difesa, possono e devono essere mantenuti ma da una posizione di forza, cosa che attualmente l’Italia non ha, e la vicenda Stx lo certifica una volta di più.



