Nel contesto delle incognite di natura finanziaria connesse al perfezionamento della Brexit sul lungo periodo un tema molto spesso sottovalutato è quello del futuro di Londra come principale piazza europea della finanza islamica.

Che cos’è la finanza islamica

Per finanza islamica si intende il complesso di attività finanziarie portate avanti nel rispetto degli oneri e delle prescrizioni imposti dal Corano, primo fra tutti il dovere di devolvere una percentuale degli utili ottenuti in beneficienza (zakat), il divieto di imporre tassi d’interesse sui prestiti e di svolgere investimenti non socialmente responsabili. I principi guida della finanza islamica (o degli investimenti sharia-compliant, per usare l’asettico e asciutto linguaggio degli analisti finanziari anglofoni) animano le piazze dei Paesi mediorientali e, in particolare, di attori come Arabia Saudita, Emirati e Qatar.

Il tipo più comune di obbligazione islamica sono i Sukuk, volgarmente definiti “obbligazioni islamiche”, anche se una traduzione più accurata del termine arabo è “certificati azionari di investimento islamico”. I sukuk sono assimilabili agli asset-backed Securities (Abs), titoli che cartolarizzano diritti di proprietà su beni o titoli sottostanti, ma in particolare necessitano la presenza di asset tangibili, in proprietà o in usufrutto, ma non in debito. I partecipanti a un’emissione di sukuk condividono, in solido, sia i guadagni che le perdite dell’investimento.

I sukuk sono scambiati in grandi quantità nelle piazze d’affari del Golfo e dei Paesi islamici. L’emissione complessiva del 2018, in linea con l’anno precedente, è stata calcolata da Moody’s in 90-100 miliardi di dollari complessivi e, se spiccano i certificati sauditi da 1-2 miliardi di dollari l’uno, in Europa è stata Londra, centro nevralgico della finanza mondiale e sede di numerosi investitori di religione musulmana, a fungere da epicentro.

I sukuk e la finanza islamica nel Regno Unito

Il Regno Unito nel 2014 è stato il primo Paese non musulmano a emettere un sukuk sovrano dal valore di 200 milioni di sterline (250 milioni di dollari)in scadenza nel prossimo mese di luglio, che ha incentivato uno sviluppo delle attività di finanza islamica nel Paese fino al valore complessivo di oltre 4 miliardi di sterline.

“Una caratteristica importante dello sviluppo del Regno Unito come centro per la finanza islamica è stata una serie di politiche governative di sostegno che hanno creato un quadro fiscale e normativo inteso ad ampliare il mercato dei prodotti finanziari islamici. I servizi Shari’ah-compliant nel Regno Unito sono oggi offerti da intermediari finanziari, gestori patrimoniali, ed assicurazioni nell’ambito di una legislazione che garantisce parità di condizioni tra i prodotti finanziari islamici e convenzionali”, scrive StartMag. 5 istituti di finanza islamica e 15 banche tradizionali erogano servizi a un parco clienti sempre più ampio, ma ora la prospettiva della Brexit mette in dubbio questo sviluppo consolidato, tanto da rendere dubbia l’emissione di un secondo sukuk sovrano nei prossimi mesi.

“In uno scenario di Hard Brexit, le istituzioni finanziarie con sede legale nel Regno Unito perderanno i diritti connessi alla libera prestazione dei servizi e di stabilimento all’interno dell’UE con la conseguenza che queste ultime saranno considerate imprese di Stati terzi”, e questo turba notevolmente le istituzioni della finanza islamica.”Un tale contesto negativo per la libera circolazione nell’Ue di capitali islamici potrebbe rappresentare un fattore negativo nelle valutazioni relative alla sottoscrizione del secondo Sukuk sovrano di Londra da parte di ogni investitore islamico, unitamente ai rischi di liquidità e reputazionali sopra indicati”.

Per Londra, la perdita del ruolo di epicentro europeo della finanza islamica rappresenterebbe un’importante colpo alle prospettive di un Paese che sogna di tornare Global Britain, protagonista autonomo dei mercati internazionali. Logico pensare che nelle norme che il governo conservatore successivo a quello di Theresa May appronterà in vista della Brexit vi sarà una componente mirata a non perdere la centralità in un mercato che a livello globale supera i 2mila miliardi di dollari di investimenti in titoli e prodotti finanziari e che in Europa va, via via, ampliandosi.

Gli spazi di manovra per l’Italia

Se le istituzioni della finanza islamica dovessero dirigersi al di fuori dai confini britannici, l’Italia potrebbe giocare un ruolo importante che rafforzerebbe il potere negoziale di Piazza Affari. E, al tempo stesso, migliorerebbe la posizione del Paese nel Mediterraneo come polo d’influenza finanziario e centro attrattore nel rispetto della tradizione geopolitica e diplomatica nazionale.

Nonostante una popolazione musulmana che si aggira attorno agli 1,8 milioni di persone (150.000 abitanti) la finanza italiana non ha approntato misure per destinare a investimenti in territorio nazionale i circa sette miliardi di attivi disponibili ad investimenti detenuti dalla popolazione musulmana del Paese.

Secondo quanto dichiarato a Formiche da Bepi Pezzulli, presidente di Select Milano, “i tempi sono perfetti per aprire il dossier finanza islamica. Bisogna mettere l’Italia nelle condizioni di affermarsi quale hub economico dell’area Med e la leva finanziaria spunta tutte le caselle. Le stelle e i pianeti sembrano allineati in favore dell’Italia”. Giocare d’anticipo, infatti, potrebbe contribuire a evitare che eventuali istituzioni di finanza islamica sul nostro Paese vengano costituite su iniziativa dei “soliti noti” Paesi del Golfo, con tutte le conseguenze di doppiopesismo morale e incremento della loro influenza nella nostra comunità musulmana che questo comporterebbe. E far sì che gli investimenti delle comunità islamiche possano contribuire alla finanza nazionale piuttosto che disperdersi all’estero. Del resto, la Borsa di Londra (che possiede la Borsa di Milano) ha sviluppato notevole competenze in materia di finanza islamica di cui si può beneficiare grazie alle eccellenti relazioni bilaterali anglo-italiane e alla necessità del Regno Unito di mantenere un piede piantato nella finanza europea dopo la Brexit.

Come prosegue Formiche, i tipi di investimento prediletti dalla finanza islamica potrebbero, al tempo stesso, favorire una forma aggiuntiva di credito alle attività produttive, molto spesso negate dai canali finanziari tradizionali: “”i  prodotti finanziari Sharia-compliant costituiscono delle forme di co-investimento in beni reali fruttiferi e, in ultima analisi, sono investimenti nell’economia reale. […] Poiché gli investimenti islamici privilegiano forme di finanziamento garantite da attivi reali e implicano la condivisione del rischio, essi offrono fonti di finanziamento alternative alle Pmi, ma soprattutto alle infrastrutture pubbliche. Ad esempio, lo Shard, il grattacielo di Renzo Piano sul Tamigi e il Villaggio Olimpico di Londra sono progetti di finanza Sharia-compliant”. Stiamo parlando di realtà concrete ed avviate su cui l’Italia è, attualmente, in notevole ritardo. E su cui dovrà operare, come del resto a livello aggregato nel sistema finanziario, per trasformare le conseguenze del Brexit in un’opportunità politico-economica a livello aggregato.