L’Italia protegge troppo il suo mercato? Nelle ultime settimane sono emerse diverse discussioni circa la necessità di una riforma del golden power, la disciplina sui poteri speciali in capo al governo con cui possono essere scrutinate le operazioni di investimento estere in settori strategici. L’applicazione più celebre, negli ultimi tempi, è stata quella su Pirelli che di fatto ha bloccato il dominio dei cinesi di Sinochem sullo storico produttore di pneumatici.
Ebbene, ad aprire un fronte contro l’estensione dei poteri speciali, che nel tempo ha coperto settori molteplici, dalla Difesa alle infrastrutture, dalla finanza alle telecomunicazioni, è stata nientemeno che Mediobanca, l’importante istituto d’affari guidato da Alberto Nagel, che in un convegno milanese ha espresso tutti i suoi dubbi sull’istituto del golden power. I calcoli di Mediobanca, nota Nagel, stimano che “le operazioni oggetto di controllo rappresentino circa il 20% degli investimenti esteri diretti” e in particolare “è immaginabile che le misure di scrutinio preventivo limitino i volumi degli investimenti esteri diretti cui sono indiscutibilmente associati molteplici effetti positivi per l’economia che li riceve”.
Il golden power è stato istituito nel 2012 e ad oggi i dati sugli investimenti diretti esteri ci parlano di un trend ondivago, con un boom post-pandemico che nel 2022 ha portato gli investimenti stranieri in Italia a 62 miliardi di euro, presto riassorbito a un pur tutt’altro che insignificante afflusso di 33 miliardi di euro nel 2023. Dunque, una grande variabilità che, del resto, sconta la variegata tipologia di afflussi di capitali nel Paese: gli investimenti possono essere rivolti a quote di società già operanti o essere invece greenfield, abilitando cioè nuovi insediamenti, nuova creazione di posti di lavoro. Concentrarsi unicamente sul primo fronte non fa necessariamente il bene della promozione dello sviluppo, dell’industria e della produttività italiane.
In un quadro di corsa alla sicurezza nazionale nei settori strategici, piuttosto, il golden power deve essere visto dai decisori come un’extrema ratio, non pensato e enfatizzato dagli operatori come qualcosa di immanente, una spada di Damocle su ogni operazione straniera. Per meglio tutelare know-how, occupazione e produzione delle piccole e medie imprese sottocapitalizzate il primo risultato da sviluppare deve essere la creazione di un clima economico virtuoso e che favorisca quegli investimenti, nazionali e stranieri, che espandono le capacità del sistema. Ed è su questa attrattività che l’Italia a lungo ha peccato. E, del resto, non è nemmeno univoca l’idea che questo non sia un Paese per investitori.
Ey, in un report, ricorda che “l’Italia, con una quota del 3,5% (in aumento rispetto al 2% del 2020), è ancora distante dai principali attrattori di investimenti diretti esteri in Europa, ossia: Francia (21%), Regno Unito (17%) e Germania (14%)”. Ma al contempo aggiunge che il numero di progetti è aumentato dopo il Covid-19. E in prospettiva ci saranno sfide crescenti, ad esempio, su data center e tecnologia, come confermato dal recente interessamento di Microsoft per costruire degli hub vicino Milano. Insomma, prima di affermare con nettezza che questo non è un Paese per investitori bisognerebbe ricordare dove, piuttosto, Roma deve aumentare l’attrattività. E in quest’ottica forse la sfida sarà rompere il divario geografico tra il Nord e il resto del Paese. Annosa questione che è il vero cuore del potenziamento della competitività nazionale.