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La potenza esportatrice dell’Italia non tramonta nonostante i marosi della competizione economica globale, le nuove guerre commerciali, l’instabilità geopolitica e i dazi, e Roma può rivendicare una posizione invidiabile.

L’Italia quarta potenza dell’export globale

Lo confermano i recenti dati Ocse, che segnalano come nel terzo trimestre 2025 l’Italia abbia sorpassato il Giappone e si sia posizionata al quarto posto nella classifica degli esportatori globali, con 162 miliardi di euro di controvalore, posizionandosi dietro solo Cina, Stati Uniti e Germania. Un dato importante, in un contesto che vede la stima di export per il 2025 puntare verso l’obiettivo di 650 miliardi di controvalore, quasi il 40% del Pil nazionale.

Sembra controintuitivo ma è così. Molti indicatori del barometro economico globale dettano la linea della bassa pressione e della turbolenza per l’Italia: costi energetici crescenti, un’Europa che si trova ad arrancare nella sua capacità esportatrice, il cortocircuito del mercato tedesco, l’offensiva tariffaria americana, il boom del surplus commerciale cinese. Al contempo, la narrazione nazionale vede l’Italia spesso presentata come una vittima inerme, incapace di difendersi e di sostenere la competizione globale, derubata dalla globalizzazione.

I numeri parlano diversamente: presentano un’aggressiva crescita dell’export nell’ultimo decennio, un boom post-pandemico dove Roma ha sorpassato tre Paesi trainanti del mercato globale come Francia, Corea del Sud e Giappone. Parlano di imprenditori che senza avere colossi paragonabili a quelli dei suddetti Paesi o dei primi tre della classe riescono a assorbire gli extra costi energetici, inflazione, rincari delle materie prime. E raccontano di una globalizzazione che ha avuto le imprese esportatrici italiane tra le grandi vincitrici, proprio nel momento in cui veniva messa in discussione. Questo è un dato di fatto che va ribadito ma che mostra tanto la forza del sistema-Paese quanto un elemento di debolezza potenziale.

Forza e debolezza dell’export italiano

La forza: la resilienza dei settori trainanti e l’assenza di un singolo comparto che impone una dipendenza strutturale generano capacità di diversificazione. Il boom del farmaceutico (+38,8% secondo i dati riferibili al 2025) si somma all’ottima capacità di crescita di agroalimentare e metallurgia (+5,8% e +3,4%) nel garantire la crescita del 3,5% dell’export nei primi nove mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Notevole come questo garantisca all’Italia una possibilità di crescita verso gli Usa (+6,9%) nonostante i dazi.

La rivista francese Les Echos ha elaborato le statistiche commerciali italiane ricordando che per il Belpaese la diversificazione è fonte di vantaggio competitivo e che “i suoi 100 principali prodotti rappresentano solo il 40% delle esportazioni, mentre Francia (50,5%) e Corea del Sud (67,6%) dipendono in misura molto maggiore da alcuni settori chiave”.

La debolezza è a ciò complementare: la crescita dell’export sposta sempre di più il discorso dalla quota complessiva di prodotti venduti al tema centrale del surplus commerciale. L’Italia può rimanere una grande potenza industriale manifatturiera se a un volume crescente di vendite non si sommerà, invece, una problematica crescita dei costi di produzione o una riduzione dei fattori di margine. Il fatto che il volume di export sia profittevole rende sostenibile il farlo anche di fronte a venti avversi.

Surplus e costi

I dati del Ministero degli Affari Esteri parlano di un surplus di 35,3 miliardi di euro per il sistema-Italia al lordo dei costi energetici, che raddoppierebbe a 71,3 togliendo il conto della bolletta, da gennaio a settembre. Quasi 4 miliardi di euro al mese sono la base su cui si misura la tenuta della nostra prosperità. E quella base è destinata a essere sempre più sfidata e di trovarsi di fronte al rischio erosione. Ragion per cui l’Italia ha, dalla sua, l’interesse a fare sì che aritmeticamente il differenziale tra export e costi per garantirlo aumenti, da un lato, e che l’impatto dei fattori produttivi sulla manifattura diminuisca.

In sostanza: da un lato, è fondamentale aprire nuovi mercati, e dunque Roma avrebbe tutto l’interesse a sostenere i grandi accordi commerciali dell’Unione Europea, dall’India al Mercosur, dopo quello con l’Indonesia. Al contempo, dall’altro, è fondamentale tenere sotto controllo determinate voci di costo come l’energia, che sono un vuoto a perdere nel conto della bilancia commerciale. Una rottura della dipendenza dal gas naturale e un’accelerazione sulla transizione, l’autoproduzione e le varie forme di risparmio e efficienza sono nell’interesse dell’economia esportatrice. Dunque di quello dell’Italia intera.

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