Il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha nella giornata di ieri difeso la proposta di legge di bilancio avanzata dal governo di Giorgia Meloni respingendo al mittente le critiche di enti come Banca d’Italia e Istat che hanno segnalato apparenti squilibri nella decisione dell’esecutivo di concentrare molte risorse sul taglio della seconda aliquota dell’Irpef. Rilievi tecnici, non politici, che prendono le mosse dal giudizio complessivo su una legge di bilancio nata con poca fantasia e con molte necessità di equilibrio.
Giorgetti difende una manovra senza grandi fantasie
Parlando al Festival dei Territori Industriali di Bergamo, nel cuore della manifattura produttiva nazionale, è però quantomeno inusuale che il ministro leghista abbia dedicato tanta solerzia ed energia nel rispondere a delle critiche non di merito sul fronte politico, senza però dare la medesima enfasi al punto forse più crucciante della legge di bilancio: la rarefazione delle proposte di lungo periodo volte a capire come incardinare una crescita solida per il Paese e, soprattutto, le prospettive di politica industriale per l’Italia.
Sul primo fronte, infatti, l’Italia sta concentrando la sua politica macroeconomica principalmente sul rispetto degli impegni di riduzione del disavanzo pubblico e di controllo del rapporto debito/Pil assunti in sede europea. Per ora, e almeno fino alla fine del 2026, il fronte della crescita sembra essere delegato principalmente al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr).
La crescita che dipende dal Pnrr
Il Documento Pluriennale di Finanza Pubblica (Dpfp) preliminare alla manovra lascia presagire che, senza Pnrr, ad oggi, il Paese rischierebbe di andare in terreno negativo. Come nota un’analisi de Lavoce.info, “ anche limitandosi solo agli interventi già adottati, il Dpfp stima che la crescita del Pil nel 2025 rispetto al 2024 sia stata dovuta per almeno un punto percentuale al Pnrr; visto che la crescita stimata per lo stesso anno è però dello 0,5 per cento, significa che senza il Piano il paese sarebbe stato in recessione. Lo stesso si può dire per il 2026; adottando gli interventi che mancano e che il governo si è impegnato ad attuare, sempre secondo il Dpfp, il Paese dovrebbe crescere di circa un punto e mezzo in più rispetto al controfattuale”. Del resto, tra guerre commerciali e crisi di Paesi come la Germania, la cui industria rischia il testacoda, pensare a un Paese strutturalmente a rischio recessione non è oggi utopico.
La crescita perduta, insomma, è dietro l’angolo. E rischierebbe di porre dei seri grattacapi, nei prossimi anni, trovarsi in un contesto paradossale di conti pubblici in ordine e – novità di questi ultimi anni – occupazione ai massimi storici ma senza una crescita endogena dell’economia. Con una lunga inflazione cumulata e molta bonaccia, anche i consumi misurati dall’Indice di Confcommercio registrano variazioni minime, dunque mostrando l’assenza di maggiori propensione alla spesa nei cittadini.
La politica industriale latita
Veniamo dunque al secondo versante, quello della politica industriale. Certo, non è compito immediato della Legge di Bilancio fare l’agenda d’investimento industriale dello Stato, ma in un periodo in cui la competizione per l’attrattività di grandi progetti e capitali divide Paesi e governi e il nodo della sicurezza nazionale e del suo legame con la prosperità nazionale emerge con forza, è bene capire che le scelte d’investimento e incentivo diventano cruciali per lo sviluppo di uno Stato.
Il taglio di 525 milioni di euro a opere infrastrutturali, in tal senso, è un campanello d’allarme per mostrare una potenziale riduzione d’ambizione del Paese e del governo. Meloni e Giorgetti puntano fortemente sul superamento del piano Transizione 5.0 e nel rilancio della misura dell’iperammortamento per incentivare l’investimento in beni strumentali riscoprendo i principi del vecchio piano Transizione 4.0. 4 miliardi di euro dovranno finanziare il sostegno fiscale di lungo periodo alle scelte di investimento degli imprenditori.
Manca, però, una vera cabina di regia e mancano possibili investimenti per pensare alla riconversione di settori in restrizione (si pensi all’automotive) o agganciare strategie in grado di guardare oltre l’orizzonte del 31 dicembre 2026, data di fine del Pnrr. Si naviga a vista. La buriana, per ora, non c’è. Paesi come Francia e Regno Unito, peraltro, se la passano relativamente peggio. La sensazione è che questa manovra di piccolo cabotaggio rischi di essere l’ultima in acque serene per il governo. I prossimi anni porteranno al pettine diversi nodi tutt’altro che secondari. E metteranno in discussione la stessa capacità dell’economia italiana di generare crescita e sviluppo. Abbassare la guardia ora rischia di esser problematico.
Con InsideOver scegli un’informazione leale e basata su fatti e concretezza, che legge la realtà in maniera profonda provando a cogliere tutta la sua complessità. Se vuoi sostenere il nostro metodo di lavoro, abbonati e contribuisci al percorso di questa avventura di coraggiosi sognatori.

