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Dinamiche in ripresa o rischio di crisi? Sviluppi costanti o percorso a ostacoli? Eccesso di offerta o problemi di scarso matching con la domanda? Il mondo del lavoro è a una serie di bivi nella fase della ripartenza dopo l’ora più buia del Covid-19, risoltasi nella distruzione di centinaia di migliaia di posti di lavoro nell’economia italiana.

E non è detto che queste dinamiche non possano muoversi di pari passo, data la profonda eterogeneità con cui la crisi del sistema economico ha impattato su diversi settori che hanno reagito eterogeneamente alle pressioni delle politiche sanitarie, delle azioni economiche, del movimento del mercato globale.

Di fatto sta venendo a creare una situazione su più strati in cui, alla base della piramide, vi sono i settori che tradizionalmente prosperano sull’incrocio tra picchi di attività e l’utilizzo di lavoratori stagionali a basso valore aggiunto e ridotta retribuzione. Pensiamo al mondo del turismo e della ristorazione, che potrebbero essere tra i capofila della ripartenza ma, al contempo, sono gravati dalla difficoltà di reperire personale, essendo i giovani italiani non più pienamente disposti a mansioni che impongono dispendi considerevoli di tempo ed energie in cambio di ridotta retribuzione.

In mezzo vi è la fascia critica delle imprese che dovranno compiere scelte dirimenti dopo la fine sostanziale della fase dei ristori e il passaggio a una serie di politiche più strategiche da parte del governo Draghi. I casi di Gnk, Whirpool, ex Embraco e altre che potrebbero “scoppiare” a breve, nonostante i primi segnali di ripresa economica, mostrano che se non governati i dossier delle aziende decotte possono travolgere diverse realtà storiche prima che la “distruzione creatrice” promossa dall’esecutivo con la leva della politica industriale faccia sentire i suoi effetti in termini di investimenti e creazione di opportunità. Sono 55.817 i lavoratori coinvolti nei 99 tavoli di crisi aperti al ministero dello sviluppo economico. Un numero certamente considerevole, ma non abbastanza elevato da far pensare a uno tsunami di licenziamenti come recentemente prospettato dai sindacati riguardo al ritorno alla normalità dopo la fine del blocco.

Per fortuna, infatti, le prospettive della ripartenza sono solide sul versante manifatturiero preso nel suo complesso. L’ultimo aggiornamento in materia dell’Istat, pubblicato l’11 maggio 2021, ha segnalato a marzo 2021 un aumento del 37,7 per cento della produzione industriale rispetto allo stesso periodo del 2020 in cui iniziavano a essere promosse le misure di confinamento. La ripresa è solida sotto questo punto di vista, e l’Istat fa notare che le aziende hanno finora scelto mediamente misure di riorganizzazione degli organici meno traumatiche dei licenziamenti collettivi, come la scelta di ridurre il tasso di rinnovamento dei contratti a termine e il turnover dei dipendenti andati in pensione. Ma questo non le pone al riparo da quello che sta sorprendentemente emergendo come problema per l’imminente futuro: il mismatch tra la domanda costante di figure professionali ad alta specializzazione e le problematiche del mercato del lavoro nel garantire un’offerta all’altezza.

In cima alla piramide, come terzo livello, vi è la fascia delle aziende che trainano la ripartenza, formata da grandi imprese e Pmi ad alta intensità di innovatività che, come hanno fatto notare indagini di Unioncamere e Cgia citate dall’Agi, “sono tornate a denunciare la difficoltà di reperire figure professionali con elevati livelli di specializzazione. Una problematica ascrivibile alla difficoltà di far incrociare la domanda con l’offerta di lavoro, anche perché continua a rimanere del tutto insufficiente il livello delle conoscenze e delle competenze tecniche dei nostri giovani”. Si è creato un collo di bottiglia tra l’accelerazione nelle necessità di competenze informatiche e tecniche legate alla pandemia e la disponibilità di un mercato poco integrato con i centri di formazione e le scuole. Tanto che “del milione e 280mila di nuove assunzioni previste dalle imprese italiane tra luglio e settembre di quest’anno, quasi il 31 per cento sarà difficilmente reperibile. In termini assoluti stiamo parlando di circa 400mila posizioni lavorative inevase”.

Certamente le aziende che si trovano ora ad affrontare questo tema avrebbero firmato carte false per trovarsi a uno stato di condizione tale a un anno dallo scoppio di una pandemia che ha messo a repentaglio il futuro economico di milioni di italiani. Ma la questione merita un’attenta analisi e riporta alla necessità di strutturare una scuola moderna ed efficace nell’applicazione del Pnrr, per far sì che formazione e lavoro non siano mondi alieni, ma si parlino e governino i cambiamenti piuttosto che giocare alla rincorsa. E nel complesso, rilanciare il sentiero della crescita può essere una sfida decisiva per armonizzare i tassi di sviluppo del mercato del lavoro e rompere una rischiosa stratificazione tra mondi e settori eterogenei.