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Il tempo stringe. Entro il prossimo 30 aprile l’Italia deve presentare alla Commissione europea il piano finale per accedere ai fondi europei previsti dal Recovery Plan. Sul piatto ci sono 209 miliardi di euro, che potranno essere sbloccati soltanto se il governo italiano riuscirà a convincere l’Ue con un rapporto dettagliato, capace di tener conto di tutte le raccomandazioni giunte negli ultimi mesi da Bruxelles.

Riforme e investimenti sono le due parole chiave, che dovranno accompagnare interventi chirurgici volti a rafforzare il potenziale di crescita del Paese, creare nuovi posti di lavoro e migliorare la resilienza economica, sociale e istituzionale. Insomma, il cammino da qui al 2026 dovrà essere messo nero su bianco, con tanto di mezzi e fini, e niente potrà essere lasciato al caso.

Ecco alcune “regole” da seguire: gli investimenti destinati al Green – considerati prioritari – dovranno ad esempio essere almeno il 37% dell’intero pacchetto, mentre quelli inerenti alla trasformazione digitale almeno il 20%. Ampio spazio dovrà poi essere dato al settore sanitario e all’istruzione. I contenuti del piano conclusivo dovranno quindi arrivare sulle scrivanie degli esaminatori europei, i quali saranno chiamati a dare i loro voti seguendo una scala di valori da A a C.

La mossa del governo

La stesura del suddetto piano spetterebbe al Mef, al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Tuttavia, come anticipato da Repubblica, il dicastero incaricato sarà affiancato da McKinsey, ovvero il colosso americano della consulenza strategica aziendale. La società statunitense e il ministero hanno firmato un contratto nei giorni scorsi e, pare, sia stato proprio il ministero guidato da Daniele Franco a contattare McKinesy. Per quale motivo? Per accelerare la riscrittura del documento italiano, così da rimediare nel minor tempo possibile ai ritardi (e agli errori) accumulati nei mesi precedenti.

In una nota, il Tesoro ha respinto le critiche derivanti dalla mossa del governo di affidarsi a una società di consulenza per definire il Recovery Plan. McKinsey “non è coinvolta nella definizione dei progetti del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza ndr)”. Inoltre “gli aspetti decisionali, di valutazione e definizione dei diversi progetti di investimento e di riforma inseriti nel Recovery Plan italiano restano unicamente in mano alle pubbliche amministrazioni coinvolte e competenti per materia”. Il contratto con la società inoltre “ha un valore di 25mila euro +IVA ed è stato affidato ai sensi dell’art. 36, comma 2, del Codice degli Appalti, ovvero dei cosiddetti contratti diretti sotto soglia”.

L’intervento di McKinsey

L’Italia ha quindi scelto di affidarsi a McKinsey. Non si tratta dell’unico Paese al mondo ad aver richiesto la consulenza di una società specializzata. Anzi: la prassi risulta piuttosto diffusa all’estero. Scendendo nel dettaglio, e cercando di capire meglio la scelta dell’esecutivo Draghi, due sono gli aspetti da considerare. Primo: come spiegato, il tempo stringe. E la macchina burocratica del Mef potrebbe non essere così rapida come servirebbe. Secondo: l’Europa è pronta a offrire ingenti risorse, ma chiede in cambio di rispettare vincoli ben precisi.

Quella di McKinsey sarà una collaborazione prettamente tecnica, visto che gli indirizzi politici dei progetti saranno responsabilità dello stesso Mef. Indefinitiva, l’esecutivo italiano valuterà con i consulenti americani i costi e l’impatto dei progetti, sempre facendo attenzione di restare in linea con le regole europee. La governance del Piano resta in capo alle amministrazioni competenti e alle strutture del MEF che si avvalgono di personale interno degli uffici. Ricordiamo, infine, che le risorse provenienti dall’Ue non arriveranno tutte insieme, ma solo quando la Commissione e gli altri Paesi membri avranno accertato il rispetto delle suddette condizioni (da questo punto di vista, la prima tranche, pari al 13% del totale, potrebbe essere sbloccata in estate).