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La moneta iraniana, il rial, non accenna a ridurre la sua condizione di fragilità nel campo valutario internazionale, dovuta al peso crescente delle sanzioni statunitensi, e la Repubblica islamica corre ai ripari, cercando nella criptovaluta la soluzione ai suoi problemi. “A gennaio di quest’anno”, ricorda l’Ispi, “l’Iran ha rimosso il divieto di usare i bitcoin e altre criptovalute per commerciare con i propri partner esteri e si appresta a regolarne l’uso in materia di commercio internazionale con la cosiddetta ‘Version 0.0‘, quadro normativo per organizzare e stabilire i parametri e i margini di manovra nell’uso di queste valute. Il piano iraniano per rompere l’isolamento finanziario imposto dagli Stati Uniti prevede la creazione di una criptovaluta statale, il cripto-rial, con cui condurre transazioni con i partner commerciali strategici”.

La strada della criptovaluta come arma di reazione alle sanzioni commerciali straniere è stata già battuta dal Venezuela di Nicolas Maduro con il “Petro“, ma l’Iran punta ad andare un passo oltre, non limitandosi a ancorare la sua moneta virtuale a una materia prima come il petrolio ma puntando ad utilizzarla come mezzo di pagamento pressoché ufficiale. La criptovaluta nazionale che l’Iran ha presentato ad agosto sarà appoggiata dal rial ma non potrà essere minata (come accade ad esempio con il bitcoin). Essa è stata infatti creata sulla base di una blockchain privata e sarà erogata dalla banca centrale di Teheran che a sua volta deciderà il volume dei token in circolazione.

Questa scelta potrebbe indebolire in prospettiva la forza della criptovaluta, ponendole davanti il paravento di una divisa dal valore letteralmente polverizzato, cambiata 1 a 33mila con il dollaro. Tuttavia, Teheran deve fare di necessità virtù, specie dopo che i suoi istituti sono stati espulsi nel 2018 dal circuito bancario Swift. E dato che, come riporta La Stampa, “la caratteristica prima degli scambi in criptovaluta è di permettere di aggirare le banche come intermediari nelle transazioni”, indipendentemente dal legame con il rial l’Iran può sfruttare a suo favore la criptovaluta. E in un Paese come l’ Iran dove le banche nazionali sono tagliate fuori dal circuito finanziario globale e quelle internazionali vivono sotto la minaccia delle sanzioni americane, la criptovaluta, difficile da tracciare, ha tutti i numeri per diventare il metodo di pagamento del futuro. E a Teheran se ne sono accorti” nel contesto degli scambi internazionali.

In campo domestico, resta vietato l’uso delle cripto-valute per transazioni interne al Paese, sebbene i bitcoin in versione persiana generino già quotidianamente transazioni dal valore di 10 milioni di dollari: “Sempre più genitori trasferiscono aiuti ai figli fuori sede e piccole e medie imprese si lasciano tentare da questa tecnologia. I ragazzi trovano inedite opportunità di lavoro sulla piazza internazionale – soprattutto nel campo digitale – con retribuzioni anche sei volte maggiori a quello che sarebbe lo stipendio pagato in moneta locale”.

L’Iran punta dunque sulla criptovaluta per restare a galla nel sistema globale, e in fin dei conti si può sottolineare come questa scelta eterodossa rappresenti più il frutto di un comprensibile spirito di sopravvivenza che una strategia di lungo termine. Per ora la criptovaluta non può infatti competere con gli strumenti standard della finanza. E se per il breve periodo essa può garantire a Teheran una boccata d’ossigeno, il crollo della sua moneta tradizionale e la marginalizzazione del settore finanziario rischiano sul lungo termine di esacerbare le problematiche finanziarie della Repubblica Islamica.

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