Se l’economia della Germania non ha fatto la fine di quella del Giappone, i tedeschi devono ringraziare l’euro. Lo ha scritto il giornalista economico Martin Wolf sul Financial Times, che in un lungo articolo non ha mancato di sottolineare come, nonostante questo vantaggio, Berlino continui a essere ostile nei confronti delle politiche effettuate dalla Banca centrale europea. Anzi, il rischio è che il governo tedesco diventi ancora più aggressivo nei confronti della maggiore flessibilità che la Bce potrebbe concedere a una serie di Paesi, Italia compresa. Un simile atteggiamento da parte della Germania potrebbe rivelarsi catastrofico per l’intera Unione Europea perché, secondo Wolf, “l’Ue può sopravvivere senza il Regno Unito ma non senza la Germania”, cioè il suo Paese principale.

Risparmi elevati, pochi investimenti

La Germania è rimasta vittima della cosiddetta “trappola della liquidità” globale. L’Euro ha sì stabilizzato l’economia tedesca, consentendole di accumulare ingenti eccedenze di risparmio. Il fatto è che questi risparmi in eccesso non possono esser fatti fruttare. In altre parole, non sono remunerativi perché il mercato non ne ha alcun bisogno. Dunque, la Germania si ritrova in una situazione paradossale: da una parte conti in ordine e tassi di interesse bassissimi, ma dall’altro con risparmi sovrabbondanti e investimenti deboli. E proprio il non aver investito a dovere, pensando solo ad accumulare, è uno degli errori più grandi commessi da Berlino.

Germania e Giappone: economie a confronto

Una delle economie che più assomiglia alla Germania è quella del Giappone. Tante sono le affinità che accomunano questi due Paesi. Intanto, entrambi sono rinati dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, ed entrambi hanno trovato nell’esportazione di manufatti la ricetta vincente per scalare nuovamente i vertici della piramide economica globale, portandosi rispettivamente al terzo e quarto posto. Altre somiglianze: stiamo parlando di due Stati che possono contare su una forte produzione, sono ad alto reddito e invecchiano rapidamente. Sia la Germania che il Giappone, come accennavamo prima, hanno eccedenze di risparmi enormi rispetto agli investimenti effettuati: basti pensare che nel periodo compreso tra il 2010 e il 2017 l’eccedenza del risparmio privato tedesco rispetto agli investimenti ha raggiunto il 7% del pil, mentre quella giapponese l’8%. La differenza, aggiunge il Financial Times, sta nella composizione: nel caso tedesco ha pesato per lo più il suruplus di risparmio delle famiglie, in quello nipponico il disavanzo del settore delle imprese.

L’ipocrisia di Berlino

In Giappone i deflussi netti di capitale hanno assorbito appena un terzo del surplus privati; il resto si è concluso in deficit fiscale. In Germania, invece, i deflussi sono riusciti ad “assorbire” tutte le eccedenze private. In altre parole, Tokyo è stato costretto a fare i conti con disavanzi di bilancio, in parte per un tasso di cambio reale instabile e in parte per l’ostilità dei vari partner stranieri. Una sorte simile sarebbe potuta toccare anche a Berlino, ma il governo tedesco ha beneficiato di un tasso di cambio stabile e competitivo; ecosì il 40% delle esportazioni della Germania è finito in altri Paesi dell’Eurozona. Se l’economia tedesca non fosse stata protetta dall’Euro – ha aggiunto il Financial Times – l’eventuale marco tedesco avrebbe spinto l’inflazione interna tedesca sotto lo zero, danneggiando redditività e performance delle esportazioni. “La zona euro ha protetto la Germania dal diventare un altro Giappone. I tedeschi dovrebbero essere grati per ciò che l’Euro ha dato loro”.

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