Le bozze dei progetti italiani per il Recovery Fund mancano di un capitolo fondamentale, quello delle politiche industriali. Manca un disegno organico capace di immaginare una rotta industriale di medio-lungo periodo per il Paese, carenza ancor più sensibile se si pensa che la presenza di fondi per le tecnologie abilitative (IoT, 5G, cluster 4.0), la cui dotazione è stata all’ultimo giro di negoziazioni abbassata da 21,7 a 18,8 miliardi di euro, fa sentire ancora più pesantemente la mancanza di un disegno operativo per il sistema-Paese. Già, perché pare quasi una beffa il voler puntare sul potere salvifico e innovatore della tecnologia senza che un governo si assuma la responsabilità di indicare quali siano i settori a cui dare priorità e su cui puntare con maggiore insistenza.

Di questo avviso sono anche gli analisti di Industria Italiana, che non mancano di definire “importantissime” le tecnologie abilitative ma al tempo stesso denunciano che “non si parla mai di progetti specifici per i quattro settori portanti della nostra manifattura: componentistica auto; produzione di macchinari in vari comparti che vanno dal packaging alle macchine utensili; chimica e farmaceutica (siamo i primi produttori farmaceutici in Europa…); siderurgia (secondi in Europa dopo la Germania). Non vengono neppure citati”.

Sui primi due settori, l’Italia deve ricostituire delle efficienti e funzionanti catene del valore, garantire il rilancio del Nord Italia che ha retto l’urto della peggior crisi del secondo dopoguerra anche sul versante produttivo, evitare che le piattaforme manifatturiere di riferimento (principalmente dirette verso la Germania) escludano le nostre filiere.

In campo farmaceutico, ora più che mai, una seria riflessione andrebbe fatta: Roma deve prepararsi a poter gestire in maniera ottimale e con razionalità strategica la questione delle forniture biomedicali riguardanti farmaci, presidi sanitari e apparecchiature mediche. Non dimenticando che nell’era presente anche ogni piano di rilancio del sistema sanitario impone ricadute a cascata sullo stesso sistema industriale. Dall’ossigeno medicale al polo dei farmaci di Latina, dal distretto del freddo di Casale Monferrato a quelli biomedicali dell’Emilia-Romagna l’ensemble di strutture industriali di riferimento da rafforzare è notevole.

Chi scrive ha avuto modo di sottolineare, in una recente pubblicazione del Cisint (Centro italiano di studi di intelligence) che tali filiere, comprese quelle che serviranno a sostenere l’arrivo dei vaccini in Italia, necessitano di sostegno in termini di espansione della capacità operativa, sostegno logistico, aumento della produttività e, questione delicata, protezione dai rischi di scalate ostili da parte di Stati stranieri, organizzazioni criminali o fondi intenzionati a depauperare il nostro tessuto industriale. Segno che l’industria è anche un fattore cruciale per la competizione globale.

Sul fronte siderurgico, è straniante notare come al recente impegno governativo per il rilancio dell’ex Ilva di Taranto e a un crescente movimento nel mondo industriale ed economico per l’efficientamento degli impianti produttivi dell’acciaio nazionale non abbia fatto seguito un pronto inserimento di progetti volti a valorizzare i futuri investimenti di Invitalia nel polo pugliese. Un errore macroscopico, reso ancora più grave dalle lungaggini che hanno contraddistinto la fase di design del piano.

Industria Italiana rileva poi che anche considerando l’effetto leva sul comparto secondario che avranno “alcuni investimenti nella transizione verde, nella mobilità, nella ristrutturazione degli edifici e nelle infrastrutture”, appare strano il fatto che si sia negata all’industria “la parte di protagonista che le spetterebbe in un vero piano di crescita economica”. Un comparto che genera da solo un quinto del Pil italiano, coi servizi annessi arriva a coprirne un ulteriore 40% e garantisce un effetto moltiplicatore sul lungo periodo per il Pil e i salari merita la giusta e la profonda attenzione. Sacrosanto pensare alla rivoluzione 4.0, che potrà aumentare l’efficienza tecnologica degli impianti, all’Ia e all’interconnessione, ma dovremmo chiederci prima “cosa vogliamo produrre” rispetto a “come produrlo”. La politica impone scelte e priorità, e il governo italiano si è lavato le mani di fronte a questa necessità. Col rischio di mettere in campo misure che, per cercare di non scontentare nessuno, potrebbero non garantire la spinta necessaria alla crescita del Paese dopo i disastri della pandemia.

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