L’India sta divenendo una nazione sempre più rilevante su scala globale nel contesto della sfida globale alla pandemia di coronavirus per il ruolo strategico che la sua industria farmaceutica e biomedicale può giocare nel contesto della produzione e nella gestione della logistica dei vaccini.

Di recente il vaccino russo Sputnik V si è aggiunto all’elenco degli antidoti al Covid-19 la cui manifattura sarà gestita dall’industria farmaceutica indiana. Il vaccino finanziato dal Russian Direct Investment Fund (Rdif) sarà realizzato, per ora, in India e Corea del Sud e presto si avvierà la produzione anche in Cina. Rappresentando, in questo contesto, un’eccezione rispetto alla strategia ordinaria dell’India, che è orientata in primo luogo a togliere posizioni a Pechino nella partita globale per la fornitura dei vaccini. Una sfida che riguarda, chiaramente, sia i Paesi ad alto tasso di sviluppo dell’Europa e del Nord America, dipendenti da Nuova Delhi per ampie fette della filiera, sia soprattutto le nazioni in via di sviluppo in cui la Repubblica Popolare promuove un’energicadiplomazia sanitaria”.

L’India sta promuovendo a tutto campo la sua natura di “farmacia del mondo” e, nonostante abbia iniziato solo il 16 gennaio scorso la campagna vaccinale, il governo di Narendra Modi pensa comprensibilmente alla partita per la distribuzione dell’antidoto come a una sfida geopolitica. Priorità strategica dell’India sono la sottrazione di quote di mercato del business globale della fornitura dei vaccini a Pechino e l’ottenimento di vantaggi diplomatici e d’immagine dal processo di fornitura di dosi gratis ai Paesi vicini e di rilevanza strategica per Nuova Delhi. Saranno inviate 10 milioni di dose in Africa e 1 milioni di dosi al personale sanitario coordinato dalle Nazioni Unite, nota l’Indian Times; riceverà forniture il Bangladesh, scettico sul costruire una dipendenza univoca con Pechino sul fronte vaccinale; saranno promosse indagini internazionali sull’efficacia del vaccino Sinovac, cui l’India vuole togliere il terreno sotto i piedi.

Il Financial Times sottolinea che estremamente strategico in questa partita sarà il principale hub produttivo indiano in cui i vaccini vengono prodotti, il Serum Institute di Pune, che si ripropone di portare al mercato globale circa un miliardo di dosi. Il tutto senza sacrificare la capacità produttiva complessiva dell’impianto, che potrà comunque produrre in tutto il 2021 1,5 miliardi di dosi di vaccini non-Covid destinate principalmente a Paesi del Sud globale. Una strategia che il professor Raja Mohan, docente di studi asiatici all’Università di Singapore, ha definito come uno “strumento di soft power”. Nei prossimi anni, AstraZeneca e Novavax vedranno circa 2 miliardi di dosi prodotte nell’impianto di Pune di proprietà del miliardario Cyrus Poonawalla, metà delle quali saranno utilizzate dall’India e l’altra meta delle quali sarà principalmente destinata alla diplomazia vaccinale anti-cinese di Nuova Delhi.

E anche altre case farmaceutiche seguiranno, come sottolinea StartMag: “Johnson and Johnson ha stretto un accordo con l’azienda farmaceutica indiana Biological E per produrre fino a 500 milioni di dosi in caso di successo”, mentre un colosso indiano Bharat Biotech, società farmaceutica basata a Hyderabad, “ha un accordo per la produzione di un miliardo di dosi del vaccino intranasale dell’Università di Washington, ora in fase di sperimentazione clinica” e sta a sua volta portando avanti una sua sperimentazione personale su un vaccino di produzione indiana. Il vaccino di Bharat e dell’Indian Council of Medical Research, denominato Covaxin, è in crescita e in continuo sviluppo nella sperimentazione. Parliamo di un vaccino molto ambizioso, che come quello francese Valneva si basa su cellule di Sars-Cov-2 disattivate per fornire una protezione più approfondita. All’ultimo stadio, con una sperimentazione da 30mila volontari avviata, è anche un altro vaccino, quello di Zydus Cadilla.

La sfida globale dell’India è ben avviata e una sorta di sponda è arrivata da un’autorità neutrale come il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, che al Forum di Davos ha recentemente dichiarato che per aumentare la produzione di vaccini contro il Covid, e consentire l’avvio di una campagna vaccinale anche nei Paesi in via di sviluppo, bisogna concedere le licenze per la produzione a Paesi che, come il Brasile o l’India, hanno grandi capacità di produzione generica. Aiutando in questo ambito Nuova Delhi a promuovere con un’immagine bonaria una strategia che nasconde un chiaro intento strategico e rappresenta una dimostrazione della capacità del Paese di competere come attore di rilevanza globale sugli scenari internazionali. Il vaccino è geopolitica: e l’India lo ha capito con molta meno difficoltà della vecchia Europa, che con le aziende farmaceutiche ha impostato fin dall’inizio un rapporto molto meno strategico, fidandosi dell’illusoria garanzia di clausole contrattuali che, di fronte alle logiche di potenza, perdono completamente valore.

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