Il 2020 inizia con auspici tutt’altro che rosei per l’economia europea. A spingere il contesto del Vecchio Continente verso l’incertezza, nuovamente, le notizie negative provenienti dal fronte della produzione industriale tedesca, nuovamente colpita da uno shock in negativo. Risulta infatti pari al 3,5% la contrazione della produzione in Germania tra novembre e dicembre, dato che porta al -6,8% il dato aggregato del declino annuo.
A trainare verso il basso i dati, soprattutto il brusco crollo dell’auto. Nel 2019 la Germania ha perso circa l’11% della sua produzione nel settore più importante della sua industria, che occupa oltre 850mila persone nel Paese, che sfiorano i 2 milioni con l’indotto, contribuisce al 12% del Pil e rappresenta il 16% delle esportazioni e il 20% del valore delle produzioni industriali.
La comunicazione dell’ufficio statistico tedesco dei nuovi dati sull’industria arriva a pochi giorni dall’ufficializzazione dei dati sulle esportazioni, che hanno incoronato nuovamente Berlino come nazione col maggior surplus commerciale in rapporto al Pil. La combinazione tra i due fattori segnala la cronica instabilità del modello germanocentrico, che si nutre di esportazioni, ne soffre le fluttuazioni, ma dimentica con tenacia e chiusura il mercato interno, caratterizzato da salari stagnanti e scarsa mobilità sociale.
E la Germania non è sola. A dicembre in Francia la produzione industriale ha segnato una battuta d’arresto, registrando a dicembre un calo del 2,8% rispetto al mese precedente, mentre su base annua la produzione industriale è scesa del 3% contro un +1% stimato. “La Francia ha perso molto Pil a causa degli scioperi prolungati e delle rivolte degli impoveriti”, fa notare Carlo Pelanda su Il Sussidiario, e la presidenza di Emmanuel Macron si trova di fronte all’annoso dubbio di come riconquistare la fiducia della periferia che è riuscita a imporre la fine dell’onerosa riforma pensionistica promossa dal governo.
Il Paese che a cascata rischia maggiori ripercussioni dalla frenata industriale europea è l’Italia, reduce da anni di sostanziale continuità nell’impossibilità di trovare la ricetta economica in grado di riattivare gli investimenti decisivi per la crescita. Le novità dello scenario economico globale rischiano di cancellare nel 2020 il timido percorso di crescita degli ultimi tempi, del resto invertitosi già nell’ultimo trimestre del 2019. Come prosegue Pelanda, “lo scenario economico italiano è diventato più preoccupante. Il quarto trimestre 2019 ha mostrato una tendenza recessiva. Inoltre, l’impatto del sinovirus porterà problemi in alcuni settori produttivi. La combinazione tra cedimento del mercato interno e situazione esterna impervia potrebbe portare la crescita del Pil sotto zero nel primo semestre 2020 e rendere insufficiente il suo rimbalzo nel secondo”.
Se la Germania starnutisce, l’Europa intera prende il raffreddore. E l’Italia è la prima ad essere contagiata. L’export italiano è infatti estremamente integrato nel contesto dell’industria manifatturiera tedesca e il nostro Paese vede gran parte dell’industria settentrionale inserita nella catena del valore di Berlino, principalmente nel campo della componentistica, della meccatronica e della realizzazione di macchinari di supporto alla produzione. L’incapacità della Germania di far convergere parte della sua produzione dalle esportazioni al mercato interno, rilanciandolo con investimenti e politiche anticicliche, è ampiamente sovrapposto alla tendenza italiane a mettere in campo manovre economiche minimali o non favorevoli alla crescita, tracciando un solco in cui la legge di bilancio giallorossa si inserisce a pieno titolo, spiccando per mediocrità. Anno dopo anno, l’Europa continua a navigare a vista. Mentre le dinamiche decisive del potere globale sono sempre più distanti dal Vecchio Continente, in cui i Paesi trovano difficoltà a ottenere decimali di crescita o a evitare il crollo industriale.



