Aggirarsi per le strade dei quartieri di Milano contraddistinti dalla maggiore concentrazione di attività di business è diventato, in questi mesi, uno spettacolo incredibilmente esemplificativo dell’impatto della pandemia di coronavirus sulle metropoli più importanti del pianeta. La fine del lockdown non ha cambiato sostanzialmente il new normal cui aziende, istituzioni e società finanziarie si sono abituate nei mesi primaverili e estivi, incentivando con forza il lavoro a distanza e contingentando gli accessi negli uffici. A Piazza Gae Aulenti sono fin dalle prime ore del mattino i turisti, diminuiti con l’inizio dell’autunno, a farla da padrona; nel nuovo quartiere di City Life le nuove torri appaiono vuoti simulacri, dato che come ricorda Avvenire nella Torre Hadid, sede di Generali, il 98% dei 2.200 dipendenti è in smart working permanente, in quella Isozaki, sede di Allianz, solo 280 lavoratori su 2.800 entrano in ufficio e nella nuova sede di PwC, nella Torre Libeskind, è previsto che solo 300 persone alla settimana entrino a fronte di una capienza di 3.500 persone.

Lo svuotamento dei quartieri a lungo epicentro della vita economica è previsto continuare a tempo indeterminato, e produrrà un effetto-cascata su un ampio indotto: dalle conseguenze più immediate sulle attività che vivono del servizio ai lavoratori delle grandi imprese urbane fino agli impatti sulle entrate del settore dei trasporti, dei negozi, dell’urbanistica, del mercato immobiliare. E Milano non è che un esempio in tutto il mondo.

Il Financial Times ha recentemente mappato la trasformazione in tutto il mondo dei centri del business in “città fantasma”: se a Milano, tutto sommato, il recupero del giro d’affari dei settori segnaletici della ripresa dell’attività economica, come bar, ristoranti e attività del centro, è stato comunque superiore al 60% del livello pre-Covid tra agosto e settembre, il centro di Londra annaspa al 30%, New York poco sopra il 40%, mentre città come San Francisco e Melbourne, dove è il settore tecnologico a farla da padrone, non mostrano trend differenti. Il quotidiano della City di Londra ricorda che proprio nel “Miglio Quadrato” attorno a Lombard Street circa il 70% del valore aggiunto legato alla mobilità dei dipendenti sia andato in fumo e, nonostante la piazza inglese prosegua nella sua corsa ai vertici delle borse mondiali, il lavoro degli operatori di borsa continua in via telematica.

La prossima conseguenza a manifestarsi, come previsto da molte analisi, potrebbe essere una corsa al ribasso del mercato immobiliare e un’inversione del trend di crescente re-urbanizzazione della popolazione a più alto tasso di mobilità e a più alta scolarizzazione, attratta in tutte le economie più avanzate dalle opportunità economiche e sociali delle città centrali nei tessuti nazionali. Come scrive il Ft, “circa il 60% delle agenzie specializzate indicano come imminente il passaggio” della domanda di nuovi alloggi “dallo spazio urbano a località suburbane”, secondo un sondaggio condotto dalla Royal Institution of Chartered Surveyors. Nel terzo trimestre del 2020 su scala globale il prezzo delle proprietà di uso commerciale è calato del 6% e l’economista capo di Oxford Economics, Adam Slater, ha detto al quotidiano londinese che è probabile che i prezzi degli uffici, degli hotel e anche delle abitazioni urbane multifamigliari non si riprendano più ai livelli pre-crisi. I nuovi affitti, da aprile a giugno, sono calati del 59% a Londra, del 66% a New York, del 77% a Tokyo.

Le grandi capitali dell’economia globale potranno dunque subire una profonda trasformazione e il mondo produttivo, e tutto ciò che gli ruota attorno, dovrà sapersi adeguare a una realtà cambiata anche quando la pandemia verrà meno. Nuovi paradigmi nasceranno, un nuovo diritto del lavoro dovrà necessariamente adattarsi a tutelare le fasce occupazionali più interessate dallo smart working, diverse attività dovranno ripensarsi (non sarà facile) e forse nascerà anche una nuova geografia urbana. Confermando, in quest’ultimo caso, le tesi del geografo e sociologo David Harvey, che ha studiato con attenzione i legami tra i cambiamenti nei tessuti urbani e territoriali e le evoluzioni del capitalismo negli ultimi secoli, con la differenza che, rispetto ai casi studiati in passato dallo studioso britannico (dalle città industriali del XIX secolo a quelle “gentrificate” del XXI) sarà la dispersione delle persone, e non la loro concentrazione attorno a spazi ben identificati, a segnalare con maggiore intensità la nuova transizione.

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