L’illusione di Donald, i timori di Ursula: nell’accordo Usa-Ue sui dazi non vince nessuno

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Donald Trump esulta: è l’accordo commerciale “più grande di sempre”. Ursula von der Leyen apre ai dazi reciproci, biglietto d’ingresso al mercato americano, per l’Unione Europea in cambio dell’abbattimento delle tariffe per Washington. Ma l’accordo Usa-Unione Europea su commercio e investimenti concluso a Turnberry, in Scozia, in prospettiva rischia di creare tanti scontenti e nessun vincitore. Andiamo con ordine.

Sulla carta tutti hanno qualcosa da rivendicare. Donald Trump incassa l’accettazione da parte dell’Unione Europea del via libera al dazio al 15% sui prodotti comunitari che entreranno negli Usa. Washington, inoltre, si riserva di esentare dall’accordo i prodotti di base in acciaio e alluminio, daziati al 50%, e aspetta l’esito di un’indagine su presunte manipolazioni all’import di semiconduttori.

Passa la logica del dazio come contributo chiesto dagli Usa al proprio sistema, di cui avevamo parlato, in un contesto che vede Bruxelles accondiscendere allo stesso dazio che graverà sul Giappone. Enormi anche le promesse di investimento europee: 750 miliardi di euro in energia da qui alla fine del mandato di Trump e un aumento di 600 miliardi dello stock di investimenti diretti esteri negli Usa.

I dettagli dell’accordo Usa-Ue

Per Bruxelles, era importante innanzitutto evitare una guerra commerciale indiscriminata e von der Leyen mirava, sostenendo la logica della mediazione, a rinsaldare un asse transatlantico decisamente incrinato dai chiari di luna di The Donald negli ultimi mesi. L’Ue può rivendicare che alcuni prodotti, come i farmaceutici e l’agroalimentare, non avranno per ora extra-dazi e che l’automobile europea entrerà negli States con tariffe inferiori al 25% globale imposto e pari a quello che colpisce l’omologa giapponese.

La verità, però, è più complessa. Perché sia per Washington che per Bruxelles l’accordo crea complessità laddove prima c’era complementarietà tra i due sistemi macroeconomici più integrati e sovrapponibili della storia umana. Mette nero su bianco lo stravolgimento delle relazioni economiche e commerciali internazionali anche tra Paesi alleati e dà spazio a possibili movimenti tettonici di cui è possibile altri attori, a partire dalla Cina, possano agevolarsi, soprattutto se ci sarà una ricaduta sul contesto industriale europeo.

Trump era partito guerresco nel suo approccio all’Ue. Aveva varato dazi al 20% il 2 aprile, poi aumentati (e sospesi) al 50% e infine ridimensionato al 30%. Ora si conclude l’accordo al 15%. Se si pensa che nel calcolo del dazio “reciproco” Washington aveva inserito tra i fattori penalizzanti del mercato europeo persino le aliquote Iva pagate dai beni Usa sui prezzi alla vendita nel contesto comunitario, si nota che il dazio strappato all’Ue è inferiore anche al massimale medio delle aliquote in questione nei vari Stati comunitari, che vanno dal 20 al 22%.

Trump e le promesse a vuoto di von der Leyen

Inoltre, sul fronte dell’impegno agli investimenti le promesse di von der Leyen a The Donald appaiono ben poco realizzabili. Certo, Washington farà cassa con le tariffe. Calcolando oltre 600 miliardi di dollari di import di beni europei, ci si attende un maxi-gettito da 90 miliardi l’anno. Non esattamente spiccioli. Ma sul fronte degli investimenti promessi è possibile che Bruxelles abbia volutamente sparato alto.

L’Ue dovrebbe acquistare ogni anno dal 2026 al 2028 250 miliardi di dollari di gas e petrolio americani per raggiungere il target di 750 miliardi. Ebbene, nel 2024 l’Ue con prezzi ancora superiori a quelli attuali ha speso l’equivalente di 441 miliardi per tutte le sue forniture, comprese quelle da Paesi come Norvegia, Algeria, Kazakistan, Azerbaijan e Qatar.

Gli Usa hanno già una posizione di predominanza su gas naturale liquefatto e prodotti petroliferi e appare difficile pensare a come espandere a livelli non sostenibili dalle attuali infrastrutture questa quota. Così come si può avere qualche dubbio sul fatto che l’Europa spingerà i suoi colossi privati a investire 600 miliardi di dollari in America in un quadro di grande incertezza per gli stessi investimenti nel continente.

Inoltre, si può pensare che sul fronte della re-industrializzazione americana la scelta di Trump di favorire alcuni prodotti rispetto ai dazi che li colpiscono, come le auto, rispetto alle componenti per realizzarli, come acciaio e alluminio che hanno un aggravio maggiore, non favorisce esattamente la corsa al ritorno della manifattura nel Paese.

Anche l’Europa non può esultare

Su questi fronti, von der Leyen ha usato la tattica già promossa dal nipponico Shigeru Ishiba: nutrire l’annuncite di Trump con numeri in libertà. Ma nemmeno l’Europa può gioire. Innanzitutto, perché l’accordo è stato accompagnato dall’impegno politico a riempire gli arsenali di armi americane: esattamente l’esatto contrario di ciò che serve per l’autonomia strategica del Vecchio Continente. In secondo luogo, perché Bruxelles dimostra di credere ancora al principio transatlantico oggi ripudiato da The Donald.

Inoltre, l’Europa si trova in una condizione critica per il fatto che un accordo volto a chiudere la disputa commerciale con gli Usa e che, di fatto, impone dei dazi prima inesistenti va di pari passo con un’emergente rivalità commerciale con la Cina. Frau Ursula è volata alla corte scozzese di Trump nel suo resort golfistico con il cappello in mano, e il risultato è stato assistere a un’Europa che ringrazia l’America per averla graziata nella sua ritorsione tariffaria. A cui si aggiunge un’America che esulta per investimenti che difficilmente arriveranno, per un accordo che non sembra volano per il rilancio della manifattura e per presunte vittorie contro coloro che dovrebbero rappresentare i suoi compagni di viaggio. In un concetto: Occidente geopolitico più debole e che sancisce delle barriere interne. Qualcosa di cui i rivali del blocco euro-atlantico avranno preso nota.

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