In Libia non si fa in tempo a scrivere una buona notizia che subito ne arriva una opposta. Il petrolio era in procinto di tornare a scorrere venerdì 10 luglio dopo quasi sette mesi di stop. La National Oil Corporation (Noc), la compagnia petrolifera con sede a Tripoli, aveva annunciato la rimozione della “force majeur” per togliere i sigilli posti ai giacimenti per “cause di forza maggiore”, vale a dire per il tentativo del generale Khalifa Haftar di “strangolare” i rivali del Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli. Una buona notizia in primis per i libici, stanchi di una guerra per procura portata avanti da potenze straniere e che ha devastato la loro economia che – in teoria – dovrebbe essere florida grazie al petrolio. E Una buona notizia per l’Italia e per il gruppo Eni, che può tornare a pompare greggio dai pozzi onshore di El Feel (nel Fezzan) e Abu Attifel (in Cirenaica). Una buona notizia per Turchia e Russia, rivali eppure capaci di parlare lo stesso linguaggio muscolare e di “real politik”. Una cattiva notizia per gli sceicchi degli Emirati Arabi Uniti, che hanno puntato tutto sul cavallo sbagliato (Haftar) e che ora sono alla disperata ricerca di una exit strategy. Il 4 luglio scorso, Insideover aveva scritto che un accordo era vicino, ma non era escluso un colpo di coda di Abu Dhabi. E infatti il giorno dopo l’annuncio della Noc, il portavoce dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), Ahmed al Mismari, ha detto che i giacimenti rimarranno chiusi fino a che le “richieste del popolo libico” non vengano soddisfatte. 

Haftar blocca tutto

L’intesa di massima per la riapertura dovrebbe poggiare su quanto rivelato da Agenzia Nova a fine giugno e va toccare il cuore della contesa: il conto su cui dovranno essere versati i proventi delle esportazioni petrolifere. Il piano portato avanti da Mustafa Sanallah, il presidente della Noc, d’intesa con Onu e Stati Uniti, prevede infatti l’apertura di un conto corrente in Libia “bloccato” dalla stessa compagnia petrolifera per almeno quattro mesi. Intanto parti libiche dovrebbero trovare un accordo sulla distribuzione dei proventi fra le tre regioni storiche del paese: Fezzan (sud-ovest), Tripolitania (ovest) e Cirenaica (est). Haftar si oppone perché vuole che il conto venga aperto all’estero (in Russia o negli Emirati Arabi Uniti) perché – a suo dire – in Libia questi fondi finirebbero in mano alle “milizie terroristiche”. La contromossa di Haftar è stata duramente condannata dall’ambasciata degli Usa in Libia, che ha parlato di ingerenze esterne, “incursioni dei mercenari del gruppo (russo) Wagner contro le strutture petrolifere” e di “messaggi concepiti in capitali straniere e trasmessi all’Esercito nazionale libico che colpiscono tutti i libici che cerca un futuro sicuro e prospero”. Non solo. L’ambasciata fa un esplicito riferimento alla Camera dei rappresentanti di Tobruk, chiamata sostanzialmente a decidere da che parte stare.

Cosa fara l’est?

La vera incognita ora è capire cosa farà l’est e soprattutto Aguila Saleh. Il presidente del parlamento libico eletto nel 2014 con un’affluenza di appena il 18 per cento degli aventi diritto è impegnato in questi giorni in “tour” internazionale per portare avanti la sua proposta politica. E’ attesa per domani una sua visita in Italia, circostanza che tuttavia potrebbe creare imbarazzo visto che è oggetto di sanzioni in Europa. Il tempo intanto stringe. Il petrolio deve tornare a scorrere per evitare ulteriori danni alle infrastrutture che – senza manutenzione – si sono deteriorate. “Oltre alle perdite subite dal paese nel suo complesso a causa del calo della produzione di petrolio, che è stato valutato in circa 6,5 miliardi di dollari, la National Oil Corporation deve affrontare enormi costi aggiuntivi per la riparazione dei danni ingenti all’infrastruttura”, ha detto Sanallah. Il fatto più rilevante è un altro: l’industria del petrolio deve riaprire senza che ci sia ancora un vero e proprio accordo sulla distribuzione dei proventi.

La parola d’ordine è riunificare

Il quotidiano britannico The Guardian ha scritto che l’intesa includerebbe il versamento dei fondi a tre banche nelle tre regioni libiche dove verrebbero versate le somme incassate dalla vendita del petrolio. “Fesserie. Un accordo del genere sarebbe la fine della Libia unita”, spiega a Insideover una fonte internazionale vicina al dossier. L’85 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) della Libia viene infatti già speso per salari, pensioni e sussidi tra est e ovest. “Il punto di fondo non è la ridistribuzione, ma riunificare le istituzioni finanziarie e rimuovere Siddiq al Kabir e Ali al Hibri, i governatori delle due banche centrali rivali”, aggiunge la fonte. La parola d’ordine quindi non è ridistribuire, ma riunificare. “Il vero problema è il gioco delle lettere di credito che garantisce guadagni immensi grazie al mercato nero dei cambi a ovest e alla stampa di dinari in Russia ad est”, aggiunge la fonte. Sia Kabir che Hibri sono sotto pressione da parte di Tripoli e Bengasi. Il premier Fayez al Sarraj vorrebbe una politica monetaria diversa e lamenta il ritardo nel pagamento degli stipendi. Il generale Haftar vuole più soldi per la sua Autorità per gli investimenti militari (stile Egitto) e non per il governo autonomo dell’est.

Un paese, due monete

Dal 2014 la Libia ha due Banche centrali: una a Tripoli, riconosciuta dalla comunità internazionale, e l’altra a Bengasi, nella regione orientale della Cirenaica. Secondo alcune stime, la Banca centrale dell’est ha stampato fino a 14,5 miliardi di dinari (circa 10 miliardi di dollari) coniati a Mosca per coprire gli interessi sul debito (a proposito, chi lo pagherà resta un mistero) contratto per finanziare la guerra contro Tripoli. Ma la stampa di moneta in eccesso provoca inflazione e fa perdere valore alle banconote in circolazione, per cui si innesta un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Tutti vogliono essere pagati in dollari o in euro e la svalutazione della moneta diventa inversamente proporzionale alla quantità di banconote “contraffatte” in circolazione. Il tema non è nuovo, ma è riemerso con forza dopo il sequestro a Malta di 1,1 miliardi di dollari di valuta libica stampata dalla società russa Goznak pubblicamente condannata dagli Stati Uniti. Il governatori delle Banche centrali si oppongono alla riunificazione, ma proprio l’accordo sul petrolio (che di fatto le taglia fuori) potrebbe essere la chiave per risolvere la crisi.

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