La Libia non riesce ad uscire al momento dall’incubo del blocco petrolifero iniziato lo scorso 17 gennaio. Si tratta di uno dei tanti spauracchi che attanaglia il paese, forse il più importante visto che da oramai due mesi contribuisce a bloccare l’economia e sta provocando ulteriori disastri sociali. Il blocco dell’export e dell’estrazione del petrolio, è stato sponsorizzato dal generale Khalifa Haftar ed attuato da fazioni e tribù a lui vicine alla vigilia della conferenza di Berlino. Il tutto per porre l’attenzione sulle modalità di spartizione degli introiti del greggio, i quali vanno quasi esclusivamente verso il governo rivale di Tripoli. Un’azione che però, secondo la Noc, sta costando ogni giorno miliardi di Dollari.
Il danno quantificato dalla Noc
Il contesto in cui è maturata la decisione di Haftar, comprende quel “paradosso” libico già notato da diverso tempo e che, secondo diversi analisti, prima o poi avrebbe dato vita a scenari come quelli attuali: il generale infatti, ha un vasto controllo del territorio ma non ha dalla sua il “portafoglio”, visto che i soldi ricavati dall’estrazione e dalla vendita del petrolio vanno comunque a finire a Tripoli. Infatti, nonostante buona parte dei giacimenti si trovi in zone controllate dal Libyan National Army, l’esercito di Haftar, i proventi vengono girati dalla Noc, la società nazionale che si occupa del mercato degli idrocarburi, alla banca centrale di Tripoli. E dunque, di riflesso, sono i bilanci del governo del premier Fayez Al Sarraj ad usufruire degli introiti dell’oro nero. Una situazione che, prima o poi, era destinata ad esplodere.
E la sua deflagrazione, secondo la Noc, ha un valore attuale stimato di 3.276 miliardi di Dollari: una cifra difficile anche da scrivere, con molti zeri che quantificano quanto è stato perso dal 17 gennaio ad oggi. Sono soldi non introitati, né da Tripoli e né da Bengasi, denaro che comunque la si voglia vedere viene a mancare dalla disponibilità dei libici. Da quando è stato attuato il blocco, la produzione petrolifero è scesa da 1.2 milioni di barili al giorno a circa 91.000. Anche in questo caso, si tratta di greggio venuto a mancare ai libici e non esportato all’estero. Per un Paese che fa dell’oro nero un elemento che contribuisce all’80% dell’export, si tratta di un vero e proprio dramma economico e sociale.
La proposta francese
L’impasse va avanti, come detto in precedenza, da almeno due mesi. E per adesso la situazione non sembra prossima a sbloccarsi. Nonostante i gravi danni quantificati nell’ordine di migliaia di miliardi di Dollari, né da Tripoli e né da Bengasi sembrano emergere significative novità in tal senso, al contrario aumentano le accuse reciproche. Intanto, oltre al danno economico, si aggiunge anche quello relativo alla già precaria vita quotidiana dei libici. Nelle principali città scarseggia il carburante per il fabbisogno dei cittadini, circostanza che non ha mancato di causare blackout, file ai distributori di benzina e razionamenti nel servizio di distribuzione dell’energia elettrica. Un ulteriore salasso per i libici costretti da tempo a convivere con una lunga e mai domata guerra.
In tutto questo, una proposta per sbloccare la situazione sembrerebbe essere arrivata da Parigi. Il condizionale è d’obbligo, in quanto dall’Eliseo non sono arrivate né smentite e né conferme di un piano rivelato la settimana scorsa da Le Monde. Sembrerebbe infatti che, in occasione della visita di Haftar nella capitale francese, Emmanuel Macron abbia voluto dare il proprio consenso alla possibilità per la Cirenaica di introitare almeno una parte dei fondi legati al petrolio e dunque di autogestirsi. Una circostanza che si rivelerebbe un grande favore al generale, compensata dalla vendita da parte francese di elicotteri Airbus al governo stanziato a Tripoli. Un doppio gioco in cui la Francia prova ad inserirsi definitivamente con una propria linea in Libia, ingraziandosi entrambi i principali attori in un momento, quale quello attuale, in cui l’Italia è messa fuori gioco per via dell’emergenza coronavirus.