Nel suo primo discorso sullo stato dell’Unione all’Eurocamera, a Bruxelles, Ursula von der Leyen è stata chiarissima. Il presidente della Commissione europea, tra gli altri argomenti toccati, ha parlato del rapporto tra Recovery Fund e Green Deal. Il primo è il piano economico di supporto fornito dall’Europa ai vari Paesi membri travolti dalla pandemia di Covid-19; il secondo è un mastodontico piano ambientale, dal valore di mille miliardi di euro, varato dall’Ue e approvato dalla stessa Commissione guidata da Von der Leyen, con l’obiettivo di salvare il clima.

Ebbene, in un clima di grandi annunci, la tedesca ha spiegato che il 37% dei fondi facenti parte del Recovery Fund (433 miliardi di sussidi, 67 di garanzie varie e altri 250 miliardi di prestiti) saranno impiegati per far fronte al Green Deal. D’altronde, ha fatto notare von der Leyen, le emissioni dell’Unione europea “sono calate del 25% dal 1990 a oggi” ma “la nostra economia è cresciuta del 60%” nello stesso periodo.

Detto altrimenti: “ci stiamo già avviando verso un’economia circolare con emissioni carboniche neutre”, ha aggiunto il presidente della Commissione. È per questo motivo che “il 37% dei fondi del piano Next Generation Eu” andrà usato “nell’attuazione del Green Deal“. Ursula von der Leyen ha anche evidenziato il primato Ue per emissione di bond verdi e ha annunciato l’obiettivo di “reperire il 30% dei 750 miliardi (del Recovery Fund, ndr) grazie ai green bond”.

Una scelta rischiosa

La mossa dell’Europa è rischiosa per due motivi e per due soggetti tra loro ben distinti. Prima di tutto scegliere di dedicare una cospicua fetta di risorse europee al tema green può essere da una parte positivo, ma dall’altra anche alquanto limitante per i cittadini della stessa Ue. I problemi che le persone comuni devono affrontare quotidianamente, soprattutto dopo la pandemia, vanno ben oltre il pur importante settore ambientale. Ci sono, ad esempio, milioni di posti di lavoro persi da prendere in considerazione, una marea di imprese costrette ad abbassare la saracinesca, infrastrutture da rimettere a punto e così via.

Certo, a sua discolpa Bruxelles potrebbe tranquillamente dire che per gli altri problemi ha messo sul piatto altri strumenti, tra cui Sure, Bei e Mes. Ma resta il fatto che i denari del Recovery Fund potrebbero essere gestiti in modo migliore. Arriviamo poi al secondo motivo (e secondo soggetto). L’ennesima svolta green europea rappresenta un bel problema per la Cina, che dal canto suo deve fare i conti con un altro problema interno. Cerchiamo di fare ordine. Pechino ha sempre prodotto materiali da esportare verso l’Europa. Se l’Ue dovesse davvero scegliere il green, Bruxelles smetterebbe di importare molti di questi prodotti. E i danni commerciali per il Dragone potrebbero essere alquanto ingenti.

La bolla che minaccia Pechino

Ma cosa sta succedendo oltre la Muraglia. Secondo quanto riportato dalla rivista cinese Caixin, è alto il rischio che possa crearsi una nuova bolla, dopo quella relativa a pannelli solari, bike sharing e veicoli elettrici. Nel mirino ci sono i semiconduttori, gran parte dei quali destinati al mercato occidentale. In ogni caso, il copione è sempre il solito: Pechino si mette in testa l’idea di centrare degli obiettivi, apre il rubinetto per far sgorgare fondi pubblici poi sbatte contro l’insostenibilità economica del suo piano, fino all’inevitabile fallimento.

In Cina crescono a dismisura le nuove startup tecnologiche, molte collegabili al settore green. Il rischio, detto in altre parole, è che il Dragone possa avere le munizioni ma non la pistola con cui spararle. A quel punto sarebbero seri problemi per la tenuta economica del Paese più popoloso del mondo. Molto dipenderà dunque dalle scelte che deciderà di attuare Bruxelles. Von der Leyen è stata piuttosto emblematica.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME