L’Europa celebra in questi giorni Mario Draghi. Elogiandolo con un afflato senza precedenti per qualsiasi dei leader politici degli ultimi decenni. Sergio Mattarella, Emmanuel Macron e Angela Merkelgli hanno tributato grandi onori nella sua cerimonia di congedo dalla guida della Bce. E il suo ex “rivale” Wolfgang Schauble, attualmente presidente del Bundestag ed ex ministro delle Finanze del governo tedesco, in un’intervista al Corriere lo ha incoronato come salvatore dell’euro: dimostrando di aver avuto torto nel tentativo di opporsi al lancio di una politica monetaria espansiva da parte dell’Eurotower. E confermando dunque che la sua Germania è stata effettivamente il “colpevole” da cui Draghi ha dovuto salvare la moneta unica. Operando un quantitative easing che la Germania certamente non ha subito sul piano concreto (con facilitazioni al suo export e nei saldi Target2) ma che ha sconfessato la linea ideologica di Berlino. Ma non finisce qui: anche un eurocritico implacabile come Donald Trump ha recentemente ammesso di sognare “un Draghi” come capo della Fed, sconfessando di fatto il governatore Jerome Powell.

L’Europa è ai piedi di Draghi nei giorni in cui all’Eurotower si prepara l’ingresso di Christine Lagarde, e lo standing mondiale dell’ex governatore di Bankitalia e le sue grandi credenziali atlantiche lo fanno risultare gradito anche a Pensylvania Avenue. Ma qual è il reale motivo di un’ovatio quasi imperiale che ha assunto i connotato di un’esaltazione giunta a livelli parossistici?

La risposta è semplice: Draghi, dando respiro all’euro e all’Europa, ha tenuto in piedi una barca destinata ad affondare. Ha assolto indirettamente i guardiani dell’austerità dalle loro colpe, ha supplito alla carenza di leadership dell’Unione, all’inconsistenza della Commissione Juncker, alle divisioni dei Paesi. Ha trasformato un’istituzione tecnica, la Bce, nella reale centrale operativa, nel potere strategico dell’Europa. Mettendo, se possibile, ancora più a nudo la carenza di visione di diversi Paesi, della Commissione, dei suoi esponenti. Draghi, con tutti i limiti di un Qe non eccessivamente orientato alla crescita dell’economia reale, ha unito sicuramente le necessità pragmatiche (evitare il disastro di un’austerity prolungata) a una visione di medio periodo ragionevole (l’utilizzo dei poteri della Bce per condizionare le dinamiche europee in un contesto di immobilismo politico).

In ultima istanza, Draghi ha sicuramente rafforzato la tendenza europea a privilegiare la politica monetaria da quella fiscale, senza che alla Bce fossero garantiti quei poteri di intervento diretto nell’economia e di prestatore di ultima istanza che osservatori come Paolo Savona ritenevano necessario conferirgli. E pur senza i poteri decisivi che avrebbero consentito un finale diverso, specie la seconda riedizione del Qe che appare non sufficiente a ricreare una crescita sostenuta, Draghi è stato l’unico europeo capace di assurgere al ruolo di figura di rango globale nei suoi otto anni all’Eurotower.

Per gli europeisti, Draghi è il salvatore dell’Europa e dell’euro. Ma molto spesso ci si dimentica, specie in Italia, da chi Draghi ha raccolto l’autorità di decisore centrale in Europa: dai fautori dell’austerità, dalla coalizione del rigore germanocentrica che rimane centrale sul piano politico, dal duo Sarkozy-Merkel dei sorrisi ironici contro Berlusconi. Draghi è strumentalizzato come “assoluzione” di questi anni di politiche miopi, ma la sua centralità in realtà dovrebbe invitare a pensare.

A pensare perchè l’Europa abbia dovuto aspettare un banchiere mediamente lungimirante per evitare di finire travolta dalla crisi. A pensare al vuoto della vera politica, alla mancanza di un’Europa diversa, più forte, più giusta e protagonista in un mondo multipolare, alla carenza delle classi dirigenti politiche. I grandi d’Europa applaudono Draghi perché ha supplito il vuoto da loro lasciato colpevolmente, con la loro incapacità di affrontare coraggiosamente la crisi economica. Draghi non ha fatto miracoli, ha tenuto la barca a galla e compiuto numerosi errori di valutazione (specie sulla Grecia): ma ha avuto un coraggio notevole nello sfidare una linea che nel 2011 sembrava difficile da scalfire, e che avrebbe condotto al disastro. Non vogliamo unirci a questa agiografia, ma non possiamo evitare di rimarcare l’effettiva differenza di statura tra Draghi e i leader politici a lui coevi. Più scroscianti sono gli applausi, più forte dovrebbe essere la riflessione: adesso, senza un Draghi, come faranno i politici europei? We will do whatever it takes to give an answer to this question.

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