L’Europa si avvia verso la stagione delle nazionalizzazioni?

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Una volta che la pandemia di Covid-19 sarà passata, in Europa si dovrà fare i conti con uno scenario economico apocalittico, con una delle più grandi depressioni che il mondo capitalista abbia mai conosciuto. E mentre alcune ripercussioni sono già evidenti fin da questi primi giorni – come le difficoltà del settore aereo e del turismo – per conoscere appieno l’estensione del problema bisogna ancora valutare quali saranno gli impatti che l’infezione avrà lasciato con il suo passaggio. Sicuramente però essa colpirà la catena produttiva dell’Europa, con particolare riguarda a quei filoni che lavorano principalmente grazie all’esportazione fuori dall’Unione europea.

Le mosse messe in campo per salvare le aziende

Nell’ottica di salvare il maggior numero di imprese possibile e garantire il posto di lavoro a impiegati ed operai, i maggiori governi dell’Europa – tra i quali la Francia e la Germania – hanno preso in considerazione la possibilità di nazionalizzare quelle aziende che si ritroveranno in maggiore difficoltà. Questa scelta permetterebbe infatti di salvare non soltanto i lavoratori ed il valore aggiunto che tale impresa produce per il Paese, ma accorrerebbe in aiuto anche della stessa figura dell’imprenditore, tirato in questo modo fuori dalla bancarotta – e con tutte le conseguenze che da essa derivano.

Mentre però in Francia la competizione sul libero mercato dello società statali sia già ben consolidato, particolare clamore ha destato la scelta tedesca di seguire la linea di Parigi. Nel mondo accademico della Germania, infatti, una competizione sul libero mercato della nazione non è mai stato visto di buon occhio, in quanto minerebbe le più fondamentali basi liberiste. Questo – almeno – in condizioni di normalità, come sottolineato dalla testata giornalistica tedesca Deutsche Welle.

Il liberismo europeo è giunto al capolinea?

Con l’attuazione di un piano volto alla nazionalizzazione dei settori strategici che rischiano di incappare in gravi difficoltà l’Europa inverte de facto la sua spinta alla privatizzazione che ha segnato la l’Unione europea dagli anni ’90 a questa parte. Tale approccio liberista – base dell’approccio economico comunitario sin dalle sue origini – è stato il fondamento necessario per garantire i liberi scambi commerciali all’interno dell’Unione, arrivando negli anni a sradicare quasi completamente la presenza degli Stati dal panorama imprenditoriale.

Tuttavia, di fronte ad una crisi che necessità di una ingente iniezione di liquidità, questo metodo operativo evidenzia tutti i suoi limiti, con le società che non si trovano nelle condizioni di poter combattere la recessione facendo leva soltanto sulle proprie forze. Ed è proprio in questo scenario che i Paesi rientrano in gioco, mettendo a disposizione i fondi pubblici trasformandosi in quello che in Economia viene definito Stato-imprenditore.

Lo Stato-imprenditore: la soluzione per il futuro?

Nonostante fosse stato in parte attuato nello scorso secolo, la forma ultima dello Stato-imprenditore non è mai stato raggiunto dai Paesi occidentali, che troppo spesso hanno trovato la forte opposizione degli interessi dei privati. Tuttavia, al fine di garantire la salvaguardia di quei comparti essenziali per lo sviluppo ed il benessere della società, in questa situazione ricompare sullo scenario economico mondiale la possibilità che tale sistema veda di nuovo la luce. In grado di sopperire alle mancanze dei privati, esso potrà permettere la salvaguardia del patrimonio imprenditoriale nazionale, aiutando la ripresa economica successiva alla fase di recessione causata dal Covid-19.

In questo scenario, la ricomparsa dell’istituzione non potrà che essere un fattore positivo nonché unico orizzonte percorribile dai Paesi europei. La vera incognita è dettata da quanto, protratto nel tempo, questo approccio possa realmente continuare a produrre i suoi benefici e non si trasformi in una calcificazione del panorama economico interno; che in fondo fu la base del fallimento delle grandi istituzioni pubbliche dello scorso secolo.

In ogni caso, i prossimi mesi saranno cruciali per salvare il salvabile e per permettere una ripartenza nei tempi più rapidi possibili. E la speranza – anche in questo caso – è insita su una scommessa fondamentale legata all’eterno dualismo tra interventismo ed astensionismo dalle questioni economiche reali; a seguito della quale verrà delineato il nostro sostrato socio-economico dei prossimi anni.