L’Europa rischia di rimanere senza petrolio

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Sin dall’inizio delle movimentazioni in favore dell’ambiente, la comunità scientifica ha sottolineato la pericolosità nell’affidarsi completamente ai combustibili fossili, in quanto la loro presenza risulta “purtroppo” essere limitata. Sebbene si debba sottolineare che negli ultimi anni ed anche a livello europeo si è cercato di spingere verso il distaccamento dall’utilizzo del greggio (con l’obiettivo zero emissioni entro il 2050) la strada da percorrere è ancora molto lunga. Tuttavia, un aiuto particolarmente sgradito sembra arrivare proprio dai principali fornitori di petrolio del Vecchio continente, che a causa degli sconvolgimenti internazionali e della pandemia di coronavirus hanno tagliato – e ancora taglieranno – la loro produzione di oro nero. E in questo scenario – come sottolineato dalla testata giornalistica francese Le Monde – l’Unione europea rischia di rimanere letteralmente senza petrolio sufficiente, dando origine ad un fenomeno in grado di mettere in crisi la stessa economia d’Europa.

Russia e Africa: i giganti in crisi

Come sottolineato sempre dal quotidiano francese, oltre i 50% delle forniture di greggio provengono da Mosca e dal continente africano, considerati partner strategici fondamentali per tutta la filiera del fossile. Tuttavia, le recenti instabilità legate al prezzo del petrolio ed il crollo della domanda globale causate dal lockdown hanno dato origine ad una catena di eventi che ha mischiato le carte in tavola, obbligando a ridisegnare i programmi di lungo periodo in modalità che potrebbero mettere in crisi il Vecchio continente. Con il taglio delle produzioni giornaliere di barili un minor quantitativo di oro nero sarà dunque destinato all’esportazione, tagliando di conseguenza anche le forniture dell’Europa – nella quale la domanda ha subito un rallentamento minore rispetto al resto del mondo.

In aggiunta alle difficoltà mondiali – che con buona approssimazione si possono definire momentanee – bisogna considerare però anche l’aumento della competitività mondiale. Dopo la scoperta del petrolio di scisto e la conseguente crescita della produzione americana, infatti, Paesi come la Russia, l’Angola, la Nigeria e l’Algeria sono entrati fortemente in crisi, vedendo “attaccati” i propri segmenti di mercato. E la propensione alla scelta degli Stati Uniti come partner petrolifero rispetto ai Paesi “storici” ha eroso buona parte dei proventi della filiera, causando una crisi endemica destinata a perdurare ancora per molti anni a venire.

Un’Europa senza petrolio?

Con l’allentamento delle forniture causate dal taglio delle produzioni, l’Europa rischia di rimanere privata del petrolio sufficiente per portare avanti la quotidianità che noi tutti conosciamo. E soprattutto, con una velocità che rischia di coglierci impreparati e non ancora sufficientemente riconvertiti al mercato dell’energia pulita, atterrando quindi potenzialmente anche buona parte della produzione industriale europea.

Inoltre, lo stesso crollo dell’offerta potrebbe generare un repentino aumento dei prezzi, che si ripercuoterebbe in modo negativo sui costi di produzione delle aziende europee, destinando le esportazioni e la domanda interna a nuovi crolli in assenza di misure di bilanciamento. E in questo scenario, dunque, le stesse speranze di ripresa dell’Europa sembrano essere state ancora una volta posticipate per colpa delle ripercussioni causate dai grandi scontri commerciali internazionali.

Per evitare il rischio di farsi trovare impreparati e navigare a vista, gli organi di Bruxelles dovrebbero dunque agire d’anticipo, cercando altri fornitori o in alternativa accelerare il processo di conversione verso il “green”, con il beneplacito degli attivisti dell’ambiente. In caso contrario, altrimenti, ancora una volta il Vecchio continente si farebbe trovare privo di difese e in balia dei grandi scontri internazionali che spingerebbero l’Europa ancora più ai margini dei posti che contano a livello mondiale.