La geopolitica della corsa allo spazio
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Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro della recessione. Si tratterebbe della terza in poco più di un decennio, dopo lo tsunami del 2020 legato al Covid-19 e la Grande Recessione. E nell’Unione Europea odierna recessione fa rima con inflazione: è il carovita dovuto alla bomba dei prezzi, alla crisi energetica e alla disarticolazione delle catene del valore, acuito dalla guerra in Ucraina, a preoccupare il Vecchio Continente.

E la mossa della Bce che nella giornata del 9 giugno ha annunciato la stretta monetaria, la fine degli acquisti di titoli e il rialzo dei tassi per segnalare la volontà di procedere a una manovra anti-inflazione “da manuale” ha dimostrato che la problematica affrontata dall’Unione Europea è, oggigiorno, senza precedenti. E che reagire con le logiche di ieri può essere dannoso.



L’inflazione europea non è trainata da un boom economico in corso, da un decollo dei salari o da un aumento di consumi e spese di vario tipo. Anzi, prelude alla stagflazione anche per il contraccolpo della guerra economica con la Russia (che in stagflazione c’è già) e l’effetto del caos sulle forniture di materie prime.

L’inflazione europea insegue nella sua corsa i livelli ancora più alti che vengono continuamente raggiunti negli Stati Uniti, dove la Fed ha inaugurato da settimane il suo piano per la stretta monetaria, dovuti però a un’altra necessità contestuale: i piani da oltre 2 trilioni di dollari messi in campo dall’amministrazione Biden per riportare in carreggiata l’economia Usa hanno ottenuto l’effetto di surriscaldarne il tessuto produttivo, mentre al contempo in Europa il livello di ripresa, di occupazione e di consolidamento dei redditi non ha ancora neanche lontanamente raggiunto i livelli pre-Covid.

Si pone dunque, per l’Europa, una vera e propria minaccia esistenziale: la risoluzione del problema dell’inflazione si somma alla debolezza strutturale dei fondamentali colpiti (la carenza di materie prime e il problema delle catene del valore) e alla mancanza di un pieno sdoganamento dei piani anti-crisi diventati, oramai, sorpassati mentre nuove necessità di spesa si rendono sempre più impellenti. Nei mesi scorsi scrivevamo di come la Bce e l’Eurozona nel suo complesso si trovassero a tre opzioni, ognuna delle quali avrebbe preso il via da una possibile mossa dell’Eurotower: una prima strada avrebbe visto la Bce lasciar correre l’inflazione puntando a riassorbirla con la ripresa economica mirando a svalutare l’euro per essere più competitvi in altri mercati. Una seconda opzione avrebbe portato a una stretta monetaria non trasversale per concentrare gli acquisti titoli sugli Stati e sull’obiettivo di richiudere gli spread: questo caso avrebbe potuto generare uno stimolo alla ripresa senza però certezze sul controllo dell’inflazione. L’opzione scelta è stata però la terza, in un certo senso la meno originale: l’Eurotower è giunta a stringere i cordoni della borsa per contenere l’inflazione provocando però la minaccia di un nuovo danno all’economia reale.

I rialzi dei tassi di sconto e i tagli alle politiche anti-recessione operate negli ultimi anni disegnano una situazione che vede crescere l’incertezza. Il timore atavico del carovita, che sta indubbiamente erodendo la crescita europea, ha portato a una risposta che appare dettata da logiche ormai superate nei fatti, secondo le quali si potrebbe governare la realtà economica unicamente agendo sulla leva del costo del denaro. In una fase in cui l’Europa rischia la recessione si perora l’idea secondo cui drenare denaro dal sistema è la soluzione. In un momento in cui i salari stagnano ovunque e l’inflazione corre si apre la strada al corollario della stretta, il ritorno all’austerità.

Addio a ogni ragionamento sul debito “buono”, il debito torna “cattivo” a priori. E questo è un problema. Anche perché così facendo l’Europa non sposta di un millimetro la sua dipendenza da gas, petrolio, nickel, cobalto, neon e ogni altra materia prima che coi suoi rincari sta, complice la Russia e le sue mosse, danneggiandone la ripresa. La vera risposta sta nella ricerca di nuove politiche industriali capaci di rendere l’Europa autonoma nei settori strategici, in una programmazione di medio-lungo periodo, in una visione originale. L’inflazione non si combatte con meno denaro nell’economia, ma con un utilizzo migliore dei fondi e con precise scelte politiche: la Francia, ad esempio, ha imposto per legge che i rincari delle bollette non potranno superare il 4% per i suoi cittadini quest’anno. Misure originali che chiamano al primato della politica. Principio spesso ignorato in un’Europa che delega troppo spesso alle forze sovranazionali e ai mercati la soluzione dei problemi.

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