I leader dell’Unione europea si incontreranno il prossimo mese a Bruxelles per cercare di concordare un primo bilancio a lungo termine post Brexit . “È arrivato il momento di trovare un accordo”, così ha tuonato il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, convocando una riunione straordinaria dei leader europei per il 20 febbraio, che avrà al centro i complessi negoziati sul bilancio dell’Ue 2021-2027. Michel, incaricato di portare avanti le trattative sul bilancio, dichiara di aver preso la decisione del summit straordinario “dopo gli incontri avuti a livello di sherpa” con i Paesi membri. “Ogni rinvio creerebbe seri problemi pratici e politici e metterebbe a repentaglio la continuazione degli attuali programmi e politiche, così come il lancio di quelli nuovi”, scrive il presidente. “Sono pienamente consapevole che questi negoziati sono fra i più difficili che dobbiamo affrontare ma sono anche convinto che con buonsenso e determinazione possiamo trovare un accordo che vada a beneficio di tutti gli europei. Per fare questo, tutte le parti avranno bisogno di dimostrare spirito di compromesso”. Compromesso che tarda ad arrivare, però, accentuando lo scontro tra Germania e Finlandia.

Il congelamento del negoziato

Negli ultimi giorni del 2019 il Parlamento europeo aveva preso la drastica decisioni di congelare i negoziati. “Senza progressi in Consiglio il dialogo non può continuare”, così si era espresso David Sassoli alla vigilia del nuovo anno. I capigruppo del Parlamento Ue avevano preso la decisione di congelare gran parte dei negoziati con gli Stati membri sul nuovo bilancio dell’Unione 2021-2027, avendo constatato il fallimento del Consiglio Ue nel riuscire a fare progressi sul tema. La presidenza di turno finlandese, sostenitrice del 1,07% del Reddito nazionale lordo (Rnl) Ue-27, continua a scontrarsi con il fronte di chi vorrebbe un tetto massimo all’1% e con i sostenitori, come la Commissione Ue, che vorrebbero l’1,11%. Il 20 dicembre scorso, lapidaria era stata la decisione di Sassoli: di fronte a dei governi nazionali che affidano costantemente all’Ue nuovi compiti e responsabilità, dalla gestione delle frontiere alla lotta al cambiamento climatico, accettare un bilancio incapace di mantenere le promesse fatte ai cittadini comunitari sarebbe, infatti, un gravissimo errore.

Frugalità contro Coesione

Il modo di allocare le risorse resta, dopo 70 anni, il principale terreno di scontro tra i partner europei. I cosiddetti “cinque frugali” – Austria, Germania, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca – sostengono un budget ridotto dell’1% dell’Rnl per una UE più piccola, vista la partenza del Regno Unito. Vi è anche da dire che queste nazioni, dalle economie trainanti, innovative e green danno anche la priorità agli investimenti in nuovi campi, a spese di quelli tradizionali. Sul fronte opposto, gli “amici della coesione” – Spagna, Portogallo, Grecia, Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia – che hanno difeso la necessità mantenere la politica di coesione interamente finanziata, chiedendo quindi un bilancio più ambizioso. È facile intuire il perché: si tratta di paesi in gravi difficoltà economiche oppure di “recente” ingresso nell’Unione che arrancano dietro al meccanismo comunitario in termini economici, legislativi e sociali. Alcuni di questi paesi ritengono che anche la proposta della Commissione non sia sufficiente per consentire all’Ue di raggiungere i suoi obiettivi politici. E il Parlamento, che ha costantemente chiesto un budget di almeno l’1,3% sull’Rnl, sembra concordare con questa valutazione.

Un meccanismo complesso

Il bilancio dell’Unione è finanziato al 99% tramite risorse proprie. Le entrate annuali devono coprire completamente le spese annuali. Il sistema di risorse proprie è stabilito all’unanimità dal Consiglio, previa consultazione del Parlamento europeo, e deve essere ratificato dagli Stati membri. Gli Stati membri hanno negoziato dalla metà del 2018 sulla base di una proposta della Commissione che chiedeva un bilancio pluriennale di 1.134 trilioni di euro (1,4 trilioni di dollari). La proposta finlandese riduce a 1.087 trilioni di euro e, soprattutto, dimezza quasi le dimensioni del Fondo di difesa europeo sostenuto da Macron, che aveva dichiarato, dopo il vertice Nato di dicembre, di non essere disposto a sostenere alcun bilancio che non rispetti le ambizioni di Parigi su questo punto.

Il Parlamento europeo, dunque, aveva concordato una posizione negoziale durante il precedente mandato, confermata nuovamente nell’ottobre 2019. Tuttavia, tre presidenze non sono riuscite a raggiungere un compromesso in seno al Consiglio. Non bisogna dimenticare che molte delle incertezze derivano dalla Brexit: il divario causato dall’uscita dei britannici ammonta, secondo la Commissione europea, a circa 13 miliardi di euro all’anno. La Gran Bretagna, infatti, è stata a lungo la seconda economia dell’Unione ed uno dei suoi principali contribuenti (tanto da scatenare il celebre I want my money back! della Thatcher). Michel è alle prese con una serie di consultazioni con gli Stati membri in queste settimane, al fine di comprendere le diverse posizioni attorno al tavolo del Consiglio e quindi lavorare per trovare un compromesso accettabile per l’Ue a 27. Ma non sarà facile. Mentre la decisione sul bilancio rimane nelle mani degli Stati membri che devono votare all’unanimità, anche il Parlamento europeo deve dare il proprio consenso. E i legislatori dell’Ue hanno avvertito che non accetteranno un ricatto in stile “prendere o lasciare” dal Consiglio.

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