Nuovo governo, vecchio premier, stessa storia. Le illusioni secondo cui il “dividendo” garantito al governo M5S-Pd per l’estromissione dal potere della Lega di Matteo Salvini e la formazione del Governo Conte II si sarebbe materializzato in termini economici attraverso una maggiore elasticità fiscale sul deficit sono presto tramontate.

La doccia gelata del “commissariamento” di Paolo Gentiloni, prossimo responsabile europeo per gli Affari Economici, da parte del falco pro-austerità lettone Valdis Dombrovskis testimonia che anche nell’era di Ursula von der Leyen l’Italia sarà attesa da una tappa di alta montagna nella definizione della legge di bilancio e della negoziazione con l’Europa. In questo contesto, il ruolo del premier Giuseppe Conte è ambivalente. Conte si è conquistato i margini di bilancio per il 2019 (2,04% di deficit), ha evitato due volte lo spettro della procedura di infrazione e affrontato la disputa tra i suoi due ex vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e l’asse Moscovici-Juncker-Dombrovskis. Ma ha anche messo nero su bianco compromessi stringenti. Ora divenuti autentiche forche caudine per il suo nuovo esecutivo.

Andiamo con ordine. In primo luogo la manovra dovrà sanare le onerose clausole di salvaguardia Iva che un vero governo di svolta dovrebbe togliere dalla propria legge di bilancio, in ottemperanza all’accordo con l’Ue del 2018; coperti i 23 miliardi di euro necessari, l’Italia punta in teoria a ottenere maggiori spazi di manovra per investimenti produttivi da scorporare nel calcolo del rapporto deficit/Pil, accedendo a un “superdeficit” che tuttavia l’Europa è ben restia a concedere, ricordando gli impegni presi solo pochi mesi fa da Conte e Giovanni Tria nel negoziato che ha salvato Roma dall’ultima procedura di infrazione.

In tale contesto, infatti, Conte e Tria hanno fatto ampie concessioni in termini di deficit strutturale,sul parametro tecnicamente definito “output gap“. Nell’output gap sta il vero segreto delle contese del 2018 tra Roma e Bruxelles e il pomo della discordia. Questo indice misura la differenza tra il Pil reale di uno Stato e il cosiddetto Pil potenziale, ovvero quello che si misurerebbe in presenza di un pieno utilizzo dei fattori produttivi. Un output gap positivo, infatti, indica che uno Stato, in linea teorica, sta sovra-utilizzando i suoi fattori produttivi e deve porre in essere manovre di austerità fiscale per tornare allineato. Lo scorso anno il braccio di ferro tra governo italiano e Commissione era legato alle diverse stime in materia: Bruxelles riteneva credibile un output gap del +0,5%, ovvero auspicava una riduzione del rapporto deficit/Pil, mentre Roma lo segnalava al -0,6%. Ironicamente, la Commissione indicava che l’Italia era in una fase di eccessivo utilizzo dei suoi fattori mentre tutti i dati sulla disoccupazione segnavano parametri in doppia cifra.

Per ammissione di Tria e Conte nella lettera inviata a Bruxelles il 2 luglio scorso il governo M5S-Lega aveva ribadito “il suo impegno a conseguire un miglioramento strutturale” nel 2020, ovvero a ridurre ulteriormente un deficit di bilancio che col governo Conte I era risultato, in ogni caso, il più basso dal 2011 ad oggi. Un’impegnativa difficile da rispettare sul medio periodo, date le grandi esigenze di investimenti pubblici e la fame di politiche per la crescita del Paese, in campo industriale, infrastrutturale, tecnologico e via dicendo.

E, al tempo stesso, un punto di partenza che la nuova Commissione riterrà imprescindibile anche per il Conte II: il diverso afflato europeista dei due esecutivi non cambia la sostanza o la quadrata difesa del rigore teutonico da parte dei falchi di Bruxelles di cui Dombrovskis è perfetto rappresentante. Per il 2020 l’output gap dell’Italia dovrebbe, secondo Bruxelles, migliorare dello 0,6%, ovvero di circa un terzo del differenziale di deficit negoziato lo scorso anno. Certamente la von der Leyen, conscia la “fame di deficit” della sua Germania, non potrà andare tanto in fondo. Ma appare realistico pensare che Dombrovskis possa impartire a Gentiloni la direttiva di chiedere un passo in tale direzione: per Conte e il nuovo titolare del Mef Roberto Gualtieri ciò significherebbe impegnarsi in un duro round di negoziazioni per rosicchiare margini di manovra oltre la sterilizzazione delle clausole Iva, che assorbirebbe buona parte dello spazio concesso.

Per Gualtieri potrebbe essere l’ora di un duro contrappasso: l’ex eurodeputato Pd ha infatti negoziato per conto dell’Italia il Fiscal compact che ha rafforzato le regole dell’output gap e ridotto i margini di manovra per le economie più in difficoltà. “È il Fiscal compact che, in concomitanza con la crisi peggiore dell’Europa dal 1929, ha impedito qualsiasi politica espansiva anticiclica”, ha scritto senza mezzi termini Domenico Moro, politologo di sinistra ma oppositore della linea europeista del Conte II. “In questo modo il Fiscal compact ha trascinato a picco le economie di molti Paesi europei, e ha contratto pesantemente il welfare e l’assistenza sanitaria con risultati devastanti per le persone, specie in Grecia ma non solo lì”: Gualtieri proverà presto sulla propria pelle, e il Paese sperimenterà duramente, quanto l’insensatezza di certe regole limiti la possibilità di azioni economiche attive nel momento in cui sono più necessarie.