Roberto Gualtieri è allineato a Bruxelles. La Commissione chiama e lo storico e ex eurodeputato Pd scelto come ministro dell’Economia risponde presente. Nello scambio pacato tra Bruxelles e Roma, infatti, il titolare del Mef asseconda completamente le osservazioni comunitarie. Il durissimo contenzioso tra Roma e Bruxelles del 2018 appare lontano anni luce: sono molto meno alti sia i toni del governo italiano che i pregiudizi della Commissione uscente, per ora deputata a giudicare i conti pubblici italiani. I più attenti ricorderanno come molto spesso le parole a caldo di esponenti della commissione Juncker come Pierre Moscovici e Valdis Dombrovskis, contenenti giudizi duri e affrettati sulla manovra gialloverde, abbiano causato problemi sui mercati finanziari e profonda instabilità.

Quest’anno fondamentalmente la Commissione non ha receduto dalle prese di posizione dall’anno scorso: le richieste di chiarimento riguardano fondamentalmente miglioramenti al deficit strutturale (il famigerato “output gap”) e inviti a non deviare sostanzialmente dalle regole Ue.

Gualtieri, in tal senso, si è affrettato a chiarire a Pierre Moscovici che non c’è alcun rischio di una possibile uscita italiana dal sentiero definito a Bruxelles. “Tutte le stime contenute nel documento programmatico di bilancio sono abbastanza prudenti, non tengono conto dell’impatto sul gettito del piano per la promozione dei pagamenti digitali” (previsto essere irrisorio), sottolinea Gualtieri e il progetto di bilancio peril 2020 “non costituisce una deviazione significativa» dalle regole Ue”. Il ministro del Pd ha poi spiegato nella missiva di risposta all’Ue l’ortodossia delle sue posizioni e la compliance  italiana ai desideri di Bruxelles: lo stimolo, timido, agli investimenti verdi inserito nel contesto del “Green New Deal” europeo; l’esaltazione dei dividendi della lotta all’evasione attuata tramite i limiti al contante, nonostante tutti i dubbi che permangono; la spinta in favore dei pagamenti digitali; la sterilizzazione delle clausole Iva.

Insomma, Gualtieri spiega ciò che rimane in mano al governo M5S-Pd dopo la repentina fine delle illusioni di una stagione di vacche grasse: i giallorossi non avranno in premio dall’Ue per l’estromissione di Matteo Salvini dal governo nè lo scorporo degli investimenti verdi (“superdeficit”) nè un controllo maggiore sul commissariato agli Affari Europei assegnato a Paolo Gentiloni, vegliato e marcato a uomo dal falco del rigore Dombrovskis nella commissione in via di costituzione.

Gualtieri risponde al miele alle osservazioni della Commissione, che pur con minor tensione non ha modificato di un millimetro la sua posizione rispetto all’era gialloverde: l’Italia è un osservato speciale a cui non sono concessi spazi di manovra per reali politiche anticicliche di investimento. E da Gentiloni non sono da aspettarsi favoritismi o riguardi, dopo l’abbinamento a Dombrovskis: il titolare del Mef e il commissario ed ex premier sono le due gambe più solide della “troika” con cui il Pd mira a dettare la linea della politica europea del governo. Spalleggiati dal ministro degli Affari Europei Vincenzo Amendola definiscono con precisione la parola chiave: fedeltà. Fedeltà al patto di stabilità, alle regole, ai desiderata di Bruxelles, anche quando si parla di politiche economiche insufficienti. Gualtieri lo ha detto chiaramente poco dopo la sua nomina a ministro: “forzare la mano in questa fase non conviene, perché ci sarebbe il rischio di recuperare da una parte ma di perdere dall’altra con un aumento dello spread”. Il mito del risparmio da spread evocato come premio per la lealtà: in quanto a profezie che si avverano, l’attuale governo è maestro.